30. giugno 2005

La odio

Ma dal profondo eh. La prenderei a badilate in faccia. Chi? L’idiota bionda della pubblicità del gelato spagnola che non mi ricordo nemmeno la marca, che c’ha l’amica che non riesce a dire “preparati il tuo pasto cowboy”. L’amica non mi fa nè caldo nè freddo, ma la facciona coi capelli biondi corti un po’ ricci e la faccia da scema mi dà un fastidio che ci tengo a farlo sapere al mondo. Dio che odio.

28. giugno 2005

Bibliocatena

Jojoy e Omar (tramite Gattostanco) mi hanno invitato a partecipare a una catena sui libri, e allora perchè no, famola. Il problema è che sono leggermente diverse le due catene, quindi vedo di mischiarle.
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Il puntino del sonno

Io quando mi vien l’insonnia come in questo periodo conosco un trucco. Forse l’avevo letto da qualche parte, non ricordo. Mi metto lì, coricato e mi immagino un puntino luminoso sulla mia testa, sospeso. Poi comincio a farlo scendere facendo in modo che giri attorno a me, una specie di satellite, ma piano piano, con molta lentezza. Arrivato all’altezza dei piedi dovrebbe succedere che ci si sente rilassati e tranquilli e pronti ad addormentarsi. Ecco, io più giù delle spalle non sono mai arrivato. Io mi sento già abbastanza scemo di mio senza bisogno di aggiungere altri validi motivi.

27. giugno 2005

Macchie


Io vedo le macchie da un sacco di tempo, fin dall’adolescenza. Più guardo cose chiare e più ne vedo: sono dei grumi di non so cosa che si son formati nell’umor vitreo degli occhi durante lo sviluppo e mi tocca tenermeli. Non ci faccio granchè caso eh, oramai, è una cosa normale. Però se ci penso è fastidiosa questa cosa, il fatto di non poter vedere una cosa senza le macchie davanti.
L’oculista da cui ero stato mi aveva detto che c’è poco da fare, di abituarmici e basta. Mia madre, per tranquillizzarmi, m’aveva detto di non pensarci troppo che uno che conosce gli era venuto l’esaurimento nervoso per questa cosa e da allora non è più stato lo stesso. Santa donna, sempre le parole giuste al momento giusto.
Che macchie sono? Mah son più delle righe, dei grumetti di roba, dei filamenti: ora scrivendo ne vedo diversi proprio qui sotto le parole che sto digitando. Il gioco è che non sono fisse, sono nell’umor vitreo e quindi si muovono. Quando giro gli occhi loro arrivano dopo un po’ e il giochino sta nel muovere gli occhi in modo da farle finire dove voglio. Ora sovrappongo quella macchia lì piccolina al punto di questa frase. Non è mica facile. Ecco fatto. E’ un passatempo divertentissimo. E quella storia dell’esaurimento nervoso non mi sfiora proprio.

Senti un po’, Bloom*

Sai di cosa ho voglia, Bloom? Di cose sane, di azioni-reazioni comprensibili, di cerchi che cerchiano e che non debbano per forza quadrare. Ho voglia di svegliarmi perchè non ho più sonno e non perchè la testa grida, ho voglia di mangiare per fame e non perchè tocca farlo, ho voglia di bere per il gusto del vino e non per il bisogno di stordirmi.
Sono stanco, Bloom, mi fa male la schiena e mi piangono gli occhi. E la bocca, mi fa male la bocca: parlo per ore e non mi capiscono, faccio ragionamenti che se vuoi li potresti vendere tanto son belli, son belli e filano, ma li capisco solo io quindi non te li comprerebbe nessuno. E li capisco perchè sono ubriaco, ragionamenti che durano una sera e basta. Dovresti venderli insieme a me e a una botte di cuba libre: diventa un affare impegnativo.
Ho un bel da dire… “sono una testa semplice” dico a tutti, lo dico per comodità, lo dico perchè non ho voglia di star lì a spiegarmi, e non ho neanche tanta voglia di pensarmi. Ma fidati Bloom, in questa testa di semplice c’è davvero poco.

* “Ah Bloom, per bere occorre stappare, non si può fare da riva.” – Marco Paolini

21. giugno 2005

Fascino latrino

Oggi a Parma si inaugura la sede dell’authority alimentare europea, presente il Presidente del Consiglio al quale dobbiamo l’assegnazione di questa agenzia che già sembrava assegnata alla Finlandia.
Il premier ha spiegato come è riuscito ad ottenerla:

“Quando si insegue un risultato bisogna usare tutte le armi che si hanno a disposizione e quindi io ho rispolverato tutte le mie arti da playboy, ormai lontane nel tempo, e utilizzai una serie di sollecitazioni amorevoli nei confronti della signora presidente (della Finlandia).”

Oh, proprio vero che le nordiche la danno via con niente. L’authority, chiaro.

20. giugno 2005

Tutto vero

Succede che arriva gente strana, qui in ufficio, o telefona gente strana, già l’avevo detto. E già avevo detto che qui c’è una buca e che finiscono tutti qui, e ne ho avuto l’ennesima conferma.
Venerdì verso le 14.30.
Suona il telefono.
C: Pronto?
T: Pronto senti mi sai dire se è pericoloso scaricare film porno da internet?
Penso a uno scherzo, reggo il gioco.
C: dipende da dove li scarichi…
T: Ma se vengo lì quelli che sono attorno mi vedono o ci sono delle gabbiette che mi riparano?
Non può essere altro che uno scherzo.
C: guarda, per i pornazzi guardati dalle gabbiette m’han detto che Amsterdam è l’ideale.
T: Amsterdam? Non capisco. Perchè amsterdam?
Capisco che non è uno scherzo.
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16. giugno 2005

Primipare attempate

A me, c’è un tipo di donna mia coetanea, quindi sui trent’anni e anche più, che mette ansia. Non sono tutte così, sicuramente e lo dico subito e non sto parlando di ogni trentenne, ma ce n’è tante e questo vuole essere un avvertimento per gli oggi ventenni che si troveranno un giorno trentenni di fronte a una coetanea.
Ragazzi sappiatelo, a trentanni, spesso e volentieri, vi troverete di fronte a una donna che ha fretta. Si vede sfiorire, si vede invecchiare, si vede le prime grinzine sul décolleté, la tetta comincia ad arrendersi, il sedere la segue, le amiche si sposano, il fantasma della primipara attempata aleggia sulla sua testa e tutto questo la manda in panico: urge uomo, urge famiglia, urge figliare quanto prima.
A trentanni vi troverete donne che vi corteggiano ma lo fanno come se fossero in competizione, non fra di loro ma contro il tempo, e non avrete mai la certezza di piacere loro veramente: è possibile che si stiano accontentando, può essere che siate i primi appetibili, scelti un po’ come quando sei all’Ipercoop e dicono che le casse stan chiudendo, e allora prendi quello che dovevi prendere senza star lì a fare tante valutazioni, massì, sembra buono, alè andare che chiudono.
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15. giugno 2005

Paninocontutto

Era più o meno dicembre ed eravamo lì dal paninocontutto in via Emilia, usciti da poco dal FuoriOrario. Il paninocontutto in certe città lo chiamano il lurido, in altre l’abusivo, insomma è lo sgabbiozzo a ruote che vende i panini lungo la strada, che noi lo si chiama così (ma non credo solo noi) perchè è quello che ordiniamo di solito.
Ci andiamo quasi sempre, perchè dal paninocontutto sappiamo che succedono delle cose bellissime, Jovanotti non aveva capito proprio niente della gente della notte, o almeno s’era dimenticato una strofa in quella canzone, quella dove avrebbe dovuto parlare della gente che incontri mangiando un panino alle 4 del mattino.
Insomma eravamo lì col nostro panino in mano che aspettavamo che succedesse qualcosa, che qualcosa succede sempre, quando sentiamo uno dietro di noi con la voce strascicata da ubriaco che dice al tipo dei panini “vorrei… un panino…”. Porgo un orecchio, che questo potenzialmente è uno che ci farà divertire. Il signor ristoratore, paziente, domanda “e con cosa lo vuoi il panino?”.
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13. giugno 2005

Ei fu

Ho sognato che morivo. Morivo facendo l’amore. Ho sognato la disperazione di lei, che diceva dai non te ne andare, e mi stringeva e mi piangeva e mi dai non te ne andare. Ma pensa te, e io credevo fosse stronza e invece si dispera.
Ho sognato il mio funerale e il discorso del mio amico, pieno d’ammirazione, che non c’è miglior modo di morire e bisognerebbe morir tutti così, diceva l’amico mio toccandosi le balle. C’era mia madre che arrossiva, dietro le lacrime e gli occhiali scuri, che tutto s’è sempre aspettata dal suo figlio un po’ irrequieto, ma mai che morisse facendo l’amore, che cosa imbarazzante.
C’era Sandra che piangeva e Rita che rideva, c’eran Marta, Chiara e Lucia che non sapevano se ridere o se piangere o se conoscere quello lì in seconda fila, che vestito tutto elegante faceva proprio la sua figura.
C’era mia nonna che era tornata, giusto giusto per il mio funerale ed era seduta piccolina lì in prima fila, tranquilla e serena, che tanto lei lo sapeva già cosa mi aspettava di là, e guardava tutti con quell’aria che ha sempre avuto, tipo che io ci son già passata.
Poi mi è suonato il telefono e mi son svegliato, e ho maledetto me che me lo son dimenticato acceso e quella che m’ha chiamato.
E magari la prossima volta, la cucchiaiata di peperonata prima di dormire me la risparmio. O forse no.

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