05. maggio 2004

Stairway to heaven

Tornando alle cose che faccio per far colpo, per fare gesti che rimangono, per lasciare carinerie a cui pensare, era da poco che stavo con V. Avevo addosso una cotta di dimensioni epiche.
Era una delle prime sere che andavo a casa sua (quando ripenso a quella mansardina mi si stringe ancora il cuore). Beh, io volevo farglielo capire in tutti i modi quanto mi piaceva, in ogni minimo gesto. Uscendo per tornare a casa, fuori dalla porta e sul pianerottolo, dico fra me e me “ora mi volto e le pianto uno sguardo che non può non capire”. Lei è lì sulla soglia che mi guarda andare via. Io faccio un passo verso il primo gradino e mi volto per guardarla come dico io, avrei voluto prendesse il volo con l’occhiata che le stavo tirando, una cosa che voleva essere tra il bullo, il timangerei, il nonvedoloraditornare.
Invece il volo l’ho preso io. Una rampa di scale intera. Ma neanche dignitoso, proprio goffo, praticamente tutta di culo. Resto qualche secondo incredulo e immobile. Mi rialzo e mi volto con l’aria di chi si sente veramente scemo. Lei è seduta per terra sulla porta che piange dal ridere. Aspetto un po’ per vedere se mi chiede come sto. Continua ridere. La saluto, le dico “sto bene” e me ne vado con lei ancora lì che ride. Mi richiama mentre sono in macchina ma riesce solo a dire “stai bene davvero?” e riprende a ridere, aggiunge “ti richiamo io” e mette giù.
Convinto che non l’avrei vista mai più, siamo poi stati insieme per quattro anni.