09. Novembre 2004

What a man

Dopo un’ora di autostrada e un’ora di tangenziale, che in teoria potevano essere 40 minuti di autostrada e 5 di tangenziale, ma lasciam stare che è venerdì e c’è poco da fare, arrivo, stanco con una settimana di lavoro sulle spalle, molto uomo, da lei. Che è lì che mi aspetta che lo sa bene che son stanco. E allora mi riempie la vasca di acqua calda il giusto, che azzeccare la temperatura per me è un segno, che sono un po’ pesante con quelle robe qui, tipo la temperatura. Poi, a bordo vasca, birra fresca, posacenere e sigarette, un fumetto (”Get Fuzzy”, mai letto prima, ora lo adoro).
Mi fa anche scegliere una palla della Lush, tra due che mi mostra. La palla Lush è una roba da donne. E io invece sono molto uomo. Mi spiego meglio: è una specie di sfera forse sapone, mischiata a non so quale componente chimico, e non lo voglio sapere, che la metti in acqua e comincia a friggere e a girare su sè stessa e a profumare l’acqua. Non mi fido molto di queste cose, ma ne scelgo una, quella che mi sembra più inoffensiva e l’accetto volentieri, che fa parte di tutto il kit del benessere che mi ha preparato ed è proprio un bel gesto.
Uomo come non mai, mi immergo nell’acqua, accendo una sigaretta, tiro un sorso di birra e butto la pallalush in acqua. Per compensare la femminilità di quest’ultimo gesto, faccio un rutto. La palla comincia a friggere. Si rivolta e rigira da sola, impazzita fra il suo sciogliersi e friggere. Lì per lì mi ricorda un vampiro quando salta fuori il sole e nei film fan sempre vedere che fa così. La spingo un po’ col dito, così, per familiarizzare, e per vedere se magari brucia, si sa mai. La prendo in mano e la tiro fuori dall’acqua. Fa un po’ di fumo nel friggere anche fuori dall’acqua. Decido di non pensare al perchè e penso che magari appoggiandola sottacqua dietro la schiena lo sfriccichìo è piacevole. E infatti lo è.
Leggo un po’ di fumetto, con le bollelush che salgono dalla schiena e penso che chissà che effetto fà lo sfriccico sotto le balle. Faccio una prova e non è male, non è male davvero.
Sto lì un po’, con l’occhio a mezz’asta, poi la passo in mezzo ai piedi e la lascio finire lì, altra sigaretta, ancora birra, fumetto. Che uomo.
Ma? E quella roba cosa è? C’è qualcosa sulla superficie dell’acqua. Ma mica poco, un sacco ce n’è. Cristosanto, son brillantini. Salto in piedi nella vasca e mi guardo. Da molto uomo, adesso sono Priscilla la regina del deserto. In lontananza mi sembra si sentire YMCA. La ballalush era piena di brillantini luccicosissimi che ora sono tutti su di me. Provo a toglierli con la doccia, ma son mica glabro, e fanno fatica a venir via. Poi penso che per un po’ la pallalush l’ho tenuta lì sotto, e controllo meglio. Mi viene in mente “La febbre del sabato sera”, che c’è questa palla appesa al centro della pista, che faceva tutti i luccichii. Là ce n’era una, io ne ho due.
Invoco aiuto, lei ride come una matta chiamandomi Priscilla e mi dà un guantino per il peeling.
Che umiliazione.
Mi strofino dappertutto con sto guantino, e penso che magari adesso mi depilo anche. Che coi collant secondo me starei proprio bene. Vè che gambe.

16. Giugno 2004

Senti che profumo

Quella dell’aria di giugno era tutta la parte romantica mielosa dell’esperienza, ma come sempre mi succede, per arrivare a quello, prima deve succedermi qualcosa di strano.
Si girava per la campagna, cercando una stradina dove poterci fermare per ballare in tranquillità. Faccio una piccola salita, c’è una pianta con un’altra stradina corta sulla sinistra, la prendo e mi fermo in mezzo a un campo. La guardo negli occhi come a dire “cazzo che posto che ho trovato, visto come son bravo?”. Vinicio alla radio canta “scivola, scivola e vai via, non te ne andare…”. Sto evidentemente facendo il bullo, dimentico delle catastrofi che mi aspettano ogni volta che prendo quell’atteggiamento. Mi avvicino per darle finalmente un bacio, lei mi guarda, si tira un po’ indietro, trattiene un sorriso e mi fa un cenno con la testa indicando qualcosa alla sinistra della mia macchina. Mi volto e guardo dal finestrino: quasi a ridosso dell’auto c’è una montagnola alta tre metri, al buio non si capisce bene cosa sia.
Le dico “Sarà mica…?”.
Abbasso il finestrino e metto fuori il naso.
“Sì, è merda”.
Non dico niente, metto la retro e riparto con lei che si scompiscia dalle risate e io che penso che “figura di merda” in questo caso è molto più di un modo di dire.
Se non ci fossi abituato a cose come questa l’avrei riaccompagnata subito a casa, e poi, se pestare una cacca porta bene, parcheggiare praticamente sopra a diversi quintali di cacca dovrebbe portare benissimo.

05. Maggio 2004

Stairway to heaven

Tornando alle cose che faccio per far colpo, per fare gesti che rimangono, per lasciare carinerie a cui pensare, era da poco che stavo con V. Avevo addosso una cotta di dimensioni epiche.
Era una delle prime sere che andavo a casa sua (quando ripenso a quella mansardina mi si stringe ancora il cuore). Beh, io volevo farglielo capire in tutti i modi quanto mi piaceva, in ogni minimo gesto. Uscendo per tornare a casa, fuori dalla porta e sul pianerottolo, dico fra me e me “ora mi volto e le pianto uno sguardo che non può non capire”. Lei è lì sulla soglia che mi guarda andare via. Io faccio un passo verso il primo gradino e mi volto per guardarla come dico io, avrei voluto prendesse il volo con l’occhiata che le stavo tirando, una cosa che voleva essere tra il bullo, il timangerei, il nonvedoloraditornare.
Invece il volo l’ho preso io. Una rampa di scale intera. Ma neanche dignitoso, proprio goffo, praticamente tutta di culo. Resto qualche secondo incredulo e immobile. Mi rialzo e mi volto con l’aria di chi si sente veramente scemo. Lei è seduta per terra sulla porta che piange dal ridere. Aspetto un po’ per vedere se mi chiede come sto. Continua ridere. La saluto, le dico “sto bene” e me ne vado con lei ancora lì che ride. Mi richiama mentre sono in macchina ma riesce solo a dire “stai bene davvero?” e riprende a ridere, aggiunge “ti richiamo io” e mette giù.
Convinto che non l’avrei vista mai più, siamo poi stati insieme per quattro anni.

20. Aprile 2004

L’abatjour

Io sono uno che quando voglio fare un bel gesto, qualcosa che mentre lo faccio penso “sta mossa fa colpo sicuro”, finisce che faccio qualcosa che la gente ne ride per dei mesi.
Era andata così un’estate in Sardegna, avevo sui 20 anni. Conosco questa ragazza, della mia età: corteggio, funziona e finiamo a letto. A letto in camera mia. In camera mia c’era un’abatjour che illuminava a giorno ogni angolo della stanza, allora mentre son lì che provo a districarmi tra reggiseno suo e vestiti miei fra me e me dico “vediamo di creare un po’ di atmosfera, vah…”: mi sfilo la maglietta e la butto sulla lampada. Yeah, ora c’è una luce che mi garba, soffusa quanto basta. Guardo lei con aria da bullo, del tipo “visto che trovata?”. Lei sembra gradire la mia idea.
Luce giusta, tutti nudi, passiamo alle cose serie. Mentre son lì che mi diverto, dopo alcuni minuti tiro su un attimo la testa e annuso l’aria. “Senti anche tu odore di bruciato?” le chiedo. “Eh sì” dice lei. Scartando subito l’idea che lo sfregamento dei genitali potesse causare un autoignizione del suo sentirsi donna la mia testa si volta di scatto alla lampada. Sgrano gli occhi. Ha preso fuoco sia la maglietta che la lampada.
Ora, non so se avete mai sentito parlare del “salto della quaglia”: sarebbe quella pratica per cui in mancanza di contraccettivame vario si fa in modo di interrompere il tutto prima di far danni. Esatto, coitus interruptus. Ma è una metafora. Non è che uno salta davvero. Beh, quella volta lì il salto della quaglia l’ho fatto sul serio: con un colpo di reni degno di un portiere di serie A scatto da lei alla lampada in un millisecondo, afferro la maglietta e, ancora nudo come mammà m’ha fatto, mi metto a saltare sulla maglietta per spegnerla. Spenta la maglietta la uso per spegnere l’abatjour che sta ancora bruciando. Lei è ancora immobile nel letto, che mi fissa con gli occhi spalancati: mi rendo conto in quel momento che il bullo che voleva creare un’atmosfera si è trasformato in un pompiere nudo che salta da una parte all’altra della camera. Spento l’incendio, spenti i bollenti spiriti, mi siedo di fianco a lei con un sorriso colpevole e lei, ridendo come una matta mi fa “senti, guarda che per rendere la serata indimenticabile bastava molto meno”.
La maglietta bruciata è rimasta in quella casa in Sardegna, qualcuno aveva anche proposto di metterla in quadro ma avrei fatto meglio a portarla con me per ricordarmi, ogni volta che mi vien da fare il bullo, che è meglio se lascio perdere.

15. Aprile 2003

Mi faccio male

Che se ci penso bene io mi faccio male in dei modi, ma in dei modi che secondo me mi faccio male solo io così. Che ormai non mi stupisco neanche più di come mi faccio male in modo strano, che ci devo pensare su bene per rendermi conto che c’è qualcosa di strano nel modo che ho di farmi male.
E se ci penso su mi viene in mente di quella volta che mi son fatto male giocando a squash, che va bene che ero arrugginito ma farmi uscire una spalla (la chiamano lussazione quei professoroni del pronto soccorso) per una battuta troppo forte mi sa che ce n’è pochi.
Per non parlare di quella volta che son caduto in centro perchè sono inciampato e avevo le mani in tasca, che non son mica riuscito a toglierle e mi han ritrovato lì per terra ancora con le mani in tasca che non venivan fuori e mica ce la facevo a tornare in piedi. Alle cinque e mezza del sabato pomeriggio ti fai più male all’orgoglio che alle ginocchia.
E non saran mica tanti quelli che si spaccano un labbro sull’asfalto volando via in avanti dalla bicicletta perchè un bambino gli ha tirato una pallonata in mezzo ai raggi della ruota davanti.

Che poi se dietro le cose ci guardi bene c’è sempre il lato di culo:
- quando son volato dalla bici son finito in mezzo a un incrocio che potevano anche tirarmi sotto
- quando m’è uscita la spalla poteva anche diventare una roba cronica invece è sempre rimasta dentro dopo quella volta lì
- quand son caduto in centro…

…mi sa che il lato positivo non c’è mica sempre sempre.

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