18. aprile 2008

Nella mia stanza

Ieri, come tutti i giorni, son passato davanti alla casa dove abitavo da ragazzino e c’era il nuovo inquilino (oddio, nuovo, son 15 anni che stan lì) che stava entrando e m’è venuta voglia di tornarci dentro.

Così, tipo un museo della memoria, fare un giro nella stanzetta in cantina che avevo adattato a stanza dei divertimenti: c’era una televisioncina con il Commodore64, un bancone con due piatti e un mixer, che mi piaceva far finta d’essere un DJ, un tavolo rotondo col pannetto verde, che mi piaceva far finta di essere un appassionato di poker, che in realtà a poker non c’ho mai saputo giocare.

C’era una signora umidità, nella stanza in cantina della vecchia casa, certe macchie di muffa che se tenevo i dischi troppo vicini ai muri poi le copertine diventavan tutte molli come se ci fosse piovuto sopra. E non so cosa avrei fatto se mi si fosse rovinata la copertina di, chessò, Ride On Time.

C’era anche una stufa a cherosene, in quella stanza, che faceva una puzza che dopo un po’ andavi in acido, così, gratis, senza star lì a dar soldi a gentaccia. Sempre che non fossi morto prima, durante l’operazione di accensione: una complicata serie di movimenti a base di alcol e fiammiferi, che una volta col ritorno di fiamma ancora un po’ e divento l’uomo torcia (mi sarei anche spento subito, con tutta quell’umidità).

Però a vedere che qualcuno ci entrava, m’è venuta un po’ di nostalgia e voglia di andar lì a chiedergli “scusa, posso un attimo andar giù nella mia stanzetta?”: certo era più nostalgia di quegli anni, che di quella casa, e però anche lei non aiuta, messa lì a imperitura memoria, a metà strada tra l’ufficio e casa mia, che nelle giornate quelle un po’ grigie e un po’ piovose, quando la nostalgia di qualsiasi cosa è lì dietro l’angolo che aspetta solo un mezzo motivo per saltar fuori, è una scusa come tante altre.

11. aprile 2008

Altro giro, altro regalo

Di politica, ne parlo sempre meno. Ormai quasi niente, giusto ogni tanto mi scorno con la mia morosa, ma appena posso evito, cambio argomento, insomma preferisco non interessarmene.

A questo giro di elezioni, ad esempio, vorrei andare a pescare. Mi hanno educato, che è importante andarci (a votare, non a pescare), far sentire la mia voce, mi han proprio tirato su inculcandomi il fatto che bisogna andare a votare, e la cosa ce l’ho così dentro che farò una gran fatica a non andarci, mi sento già un po’ in colpa adesso, e non è ancora detto che non ci vada. Però, l’ultima volta che ho votato quello che mi sembrava il meno peggio, mi son ritrovato Mastella alla Giustizia. E poi le schede che non van bene, e quello che vuol scendere coi fucili, quell’altro che c’ha il pensiero di far lasciar fuori i cellulari. Son cose che lasciano il segno, soprattutto sui maroni.

I due candidati (ce ne sono altri?), ad ogni modo, li ho ascoltati, bene, seriamente (anche perché si fa fatica a non ascoltarli, son dappertutto), cercando una volta tanto di non avere preconcetti. Dicon più o meno le stesse cose, in modo diverso ma alla fine, stringi stringi, c’è poco da fare: Berlusconi mi sta sul culo. Un po’ anche Uolter, ma come Silvio, mammamia. Chiudo qui il confronto (approfondito e serio, come si confà a siffatti signori) passando a una notizia letta poc’anzi su Punto Informatico, per ricordare a tutti, e ai blogger in particolare, che non ci son solo loro due, ma anche tutta l’allegra carovana che si tiran dietro:

Maurizio Gasparri (esponente PDL, già ministro delle Comunicazioni)
Credo che non sia giusto applicare le norme sulla stampa ai blog, anche perché sarebbe difficile gestirne la registrazione, alla luce di come questo fenomeno sta crescendo.
È opportuno che chi apre dei blog, sia identificabile e richieda l’identificazione delle persone che partecipano al blog con commenti. Questo perché possano essere applicate le normative che vengono utilizzate al di fuori dell’editoria, così come si risolvono le controversie per la diffamazione, non a mezzo stampa.

Questo pensiero andrebbe scorporato in diverse parti, per poter analizzare passo passo la serie di puttanate messe in fila. Ma mi limiterò a mettermi avanti coi lavori e a chiedere a voi, commentatori anonimi (non ci provate, anche un nick è anonimato), di lasciare per cortesia nome cognome indirizzo e una copia del vostro documento di identità in calce ad ogni commento.

15. febbraio 2008

Pino Zimba

Io al Salento ci sono legato, ma tanto. Mica quel Salento dei localini fighini, dei divanetti sulle spiagge e dei buttafuori che fanno “entry selection” (movacaghèr), e neanche al salento della “Jamaica del Sud”, degli chic-a-bbestia coi loro cazzo di cani senza guinzagli e la Visa in tasca, io sono legato al Salento delle feste di paese, delle feste di Santo Rocco, della pizzica che dura tutta la notte.

I ritmi della pizzica e della taranta e dei bambini che ballano come i grandi, delle sfide coi coltelli e dei corteggiamenti coi fazzoletti, io a quel Salento lì ci voglio proprio bene. Magari non lo capisco fino in fondo, che bisogna anche nascerci in mezzo a certe cose, per capirle a fondo, però so che quelle robe lì mi son rimaste nel cuore.

Tutto questo per salutare Pino Zimba, che due giorni fa è morto, e chi l’ha visto suonare, in Salento o al Fuori Orario (veniva spesso), può avere un’idea di che personaggio abbiamo perso.

08. febbraio 2008

Sulla felicità

Uno non è che deve essere felice proprio a tutti i costi, può bastare anche essere felice ogni tanto. Ma c’è in giro gente stupida. Ma così stupida che proprio non gli interessa esser felici, fan di tutto per intristirsi la vita.

Può sembrare un concetto semplice: cerca di esser felice. Ma non è così. C’è gente che perde così tanto tempo a sbattersene della felicità che poi si dimentican di quella volta che gli era capitato di esser felici, e vanno avanti così, a pensare a chissà cosa meno che alla cosa più importante. E di solito questi son poi quelli che la felicità ce l’hanno a portata di mano, quelli che ci vorrebbe niente e tak, eccola lì. Che ci son anche situazioni, nella vita, che uno non è colpa sua se proprio non ce la fa a star bene, e allora amen, se non è colpa tua, se proprio non c’hai potuto fare niente ma t’è andata così, bona lì, molla, esci, e nessuno ti dice niente. Quando però al primo giro c’hai in mano due assi, e sul tavolo c’è un altro asso, ci vuol dell’impegno a sputtanare tutto. La gente, certe volte, arriva a bluffare pur di perdere, e io questa cosa mica la capisco. (E il texas hold’em si sta impadronendo anche delle mie metafore).

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31. gennaio 2008

Arteriosaudade

Al bar, poco fa, al tavolino dietro al mio, un gruppo di vecchiette disserta di politica finché una non dà la sentenza definitiva:

“Berlusconi vè è uno serio! Mica quegli altri, che son tutti dei Copacabana.”

23. gennaio 2008

Dica trentaquattro

In un giorno in cui forse il governo schiatta, in un giorno che Heath Ledger c’ha già pensato per conto suo, nel giorno in cui proprio quel giorno Gesù magari ci sarebbe anche piaciuto arrivarci, ma s’è fermato a 33, quel giorno lì, io son qui che non mi sento mica tanto bene.

Ma solo perchè c’ho un anno in più.

Tiè.

07. dicembre 2007

Evribbadi

Effinalmente il trasloco è finito. A breve un po’ di dettagli, per ora vi lascio un video dei festeggiamenti.

14. novembre 2007

La Svizzera

swiss-flag.gifUno dei momenti della vita di paese che mi piace di più, è quando vado a donare il sangue, tipo poco fa. La macchina organizzativa, gestita da gente di una certa età (e di un certo livello) è impeccabile. Nel tempo si sono adattati ai pc, ai codici a barre, si son modernizzati, ma il vecchietto col fare da militare che smista le schede all’accettazione è una roba che non esiste progresso che lo riesca a rimpiazzare. E non osare a prendere il numerino (tipo al banco carne) prima che te lo dia lui, la prende come un affronto personale.

Ma il momento più bello, di quando vai a donare il sangue, è dopo che hai donato, quando hai libero accesso alla stanza-cucina, imbandita di ogni bendiddìo: crudo, salame, aggiughe, micche di pane appena sfornate, malvasia secca. E giuro, dopo che t’han tolto quattro etti di sangue, c’hai una fame che neanche tre uanne in stecca. (“Uanne”, l’ho sentito l’altra sera, è un modo giòvane di chiamare le canne). E infatti ora son qui mezzo imbriaco, in ufficio, che scrivo invece di lavorare.

Bè, dicevo, oggi scendo giù e nella cucina, che è una stanza un po’ bassa con un tavolone al centro, tipo quattro metri per una dozzina di posti a sedere, e un bancone da bar in fondo, ecco, al bancone del bar c’è il signore addetto ai caffè e all’animazione, che oggi, dio sa dove l’ha trovato, c’ha un grembiule rosso con una croce bianca in mezzo. C’ha la bandiera della svizzera legata al collo, praticamente. E attorno ai suoi 110 chili di benessere. E quando un altro signore gli chiede se di recente è stato in Svizzera, lui, dall’alto del suo bancone da bar, risponde: “Io no che non ci vado in Svizzera, in un posto che gli permettono di fare dei grembiuli con la propria bandiera. Io, se ero il comandante della Svizzera, a quello che ha fatto quel grembiule qui lo mettevo in galera!”. E l’altro “Bè allora dovrebbero farti te, il comandante della Svizzera”.

In paese, certi nomi, nascono così: lui lì, da oggi, sarà il comandante della Svizzera.

08. novembre 2007

Me e il metallo

brutal.jpgIo, un concerto di brutal-core metal, non c’ero mica mai stato. Io, il brutal-core metal, non sapevo neanche che esistesse. Brutal-core, al massimo, mi suona come un’esclamazione in dialetto. Ci son capitato sabato scorso, alle prove di un concerto brutal-core. Il cantante praticamente ruttava parole ma come se dentro ci avesse un compressore. Un rutto a quattro atmosfere, una roba così. Si fa fatica, nel mondo del brutal-core. Forse all’inizio si chiamava ruttal-core, poi l’han cambiato per ragioni di marketing.

C’era un freddo boia, davanti al locale, e un tipo in maniche corte si scalmanava ruttando in playback la canzone che quelli dentro stavano provando. Io con queste robe musicali estremissime c’ho un rapporto di simpatia, però. Nel senso che non le capisco granché, ma mi incuriosiscono, e la gente che incontri in quelle occasioni lì non è la gente che frequento di solito, e io sono uno curioso. Che poi, va detto, questa cosa dell’appassionato di metal che mi fa simpatia ce l’ho sempre avuta. Leggi tutto…

30. ottobre 2007

Zumbahea*

Io sono un figlio degli anni 90, negli anni 90 ho avuto dai 16 ai 26 anni, sono gli anni che prendi un po’ la forma definitiva. Io gli anni 90 li ho finiti suonando la chitarra ma li ho iniziati che facevo il DJ ai festini degli amici, c’ho la casa piena di vinili grossi come i 33 giri ma che giravano a 45, li chiamavamo MIX, di gente come i Black Box, gli U.S.U.R.A., i Datura (Paura!), Corona, gli Snap! e via dicendo. Negli anni 90, non ci giureri, ma mi sa che ballavo un po’ come Mauro Repetto, quello che stava dietro a Max Pezzali, che visto con gli occhi di oggi vien da cavarseli, gli occhi, ma allora, non so Repetto, ma io limonavo parecchio.

Io, fine anni 90, mi divertivo parecchio a smanettare col PC, sia che fosse internet sia che si trattasse di musica, e per quel che riguarda la musica avevo preso un programmino che con dei campionamenti di strumenti e voci permetteva di costruire delle canzoni, obbligatoriamente dance.

Qualche giorno fa ho ritrovato un paio di quelle robe che avrò fatto, boh, tra il 97 e il 99, ed è proprio evidente che son figlio degli anni 90. E siccome siamo anche la generazione che si sputtana via blog, ho pensato di renderli pubblici, che a vergognarsi da soli non c’è mica gusto. Leggi tutto…

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