Nella mia stanza
Ieri, come tutti i giorni, son passato davanti alla casa dove abitavo da ragazzino e c’era il nuovo inquilino (oddio, nuovo, son 15 anni che stan lì) che stava entrando e m’è venuta voglia di tornarci dentro.
Così, tipo un museo della memoria, fare un giro nella stanzetta in cantina che avevo adattato a stanza dei divertimenti: c’era una televisioncina con il Commodore64, un bancone con due piatti e un mixer, che mi piaceva far finta d’essere un DJ, un tavolo rotondo col pannetto verde, che mi piaceva far finta di essere un appassionato di poker, che in realtà a poker non c’ho mai saputo giocare.
C’era una signora umidità, nella stanza in cantina della vecchia casa, certe macchie di muffa che se tenevo i dischi troppo vicini ai muri poi le copertine diventavan tutte molli come se ci fosse piovuto sopra. E non so cosa avrei fatto se mi si fosse rovinata la copertina di, chessò, Ride On Time.
C’era anche una stufa a cherosene, in quella stanza, che faceva una puzza che dopo un po’ andavi in acido, così, gratis, senza star lì a dar soldi a gentaccia. Sempre che non fossi morto prima, durante l’operazione di accensione: una complicata serie di movimenti a base di alcol e fiammiferi, che una volta col ritorno di fiamma ancora un po’ e divento l’uomo torcia (mi sarei anche spento subito, con tutta quell’umidità).
Però a vedere che qualcuno ci entrava, m’è venuta un po’ di nostalgia e voglia di andar lì a chiedergli “scusa, posso un attimo andar giù nella mia stanzetta?”: certo era più nostalgia di quegli anni, che di quella casa, e però anche lei non aiuta, messa lì a imperitura memoria, a metà strada tra l’ufficio e casa mia, che nelle giornate quelle un po’ grigie e un po’ piovose, quando la nostalgia di qualsiasi cosa è lì dietro l’angolo che aspetta solo un mezzo motivo per saltar fuori, è una scusa come tante altre.
In un giorno in cui forse il governo schiatta, in un giorno che Heath Ledger c’ha già pensato per conto suo, nel giorno in cui proprio quel giorno Gesù magari ci sarebbe anche piaciuto arrivarci, ma s’è fermato a 33, quel giorno lì, io son qui che non mi sento mica tanto bene.
Uno dei momenti della vita di paese che mi piace di più, è quando vado a donare il sangue, tipo poco fa. La macchina organizzativa, gestita da gente di una certa età (e di un certo livello) è impeccabile. Nel tempo si sono adattati ai pc, ai codici a barre, si son modernizzati, ma il vecchietto col fare da militare che smista le schede all’accettazione è una roba che non esiste progresso che lo riesca a rimpiazzare. E non osare a prendere il numerino (tipo al banco carne) prima che te lo dia lui, la prende come un affronto personale.
Io, un concerto di brutal-core metal, non c’ero mica mai stato. Io, il brutal-core metal, non sapevo neanche che esistesse. Brutal-core, al massimo, mi suona come un’esclamazione in dialetto. Ci son capitato sabato scorso, alle prove di un concerto brutal-core. Il cantante praticamente ruttava parole ma come se dentro ci avesse un compressore. Un rutto a quattro atmosfere, una roba così. Si fa fatica, nel mondo del brutal-core. Forse all’inizio si chiamava ruttal-core, poi l’han cambiato per ragioni di marketing.

