27. Giugno 2005

Macchie


Io vedo le macchie da un sacco di tempo, fin dall’adolescenza. Più guardo cose chiare e più ne vedo: sono dei grumi di non so cosa che si son formati nell’umor vitreo degli occhi durante lo sviluppo e mi tocca tenermeli. Non ci faccio granchè caso eh, oramai, è una cosa normale. Però se ci penso è fastidiosa questa cosa, il fatto di non poter vedere una cosa senza le macchie davanti.
L’oculista da cui ero stato mi aveva detto che c’è poco da fare, di abituarmici e basta. Mia madre, per tranquillizzarmi, m’aveva detto di non pensarci troppo che uno che conosce gli era venuto l’esaurimento nervoso per questa cosa e da allora non è più stato lo stesso. Santa donna, sempre le parole giuste al momento giusto.
Che macchie sono? Mah son più delle righe, dei grumetti di roba, dei filamenti: ora scrivendo ne vedo diversi proprio qui sotto le parole che sto digitando. Il gioco è che non sono fisse, sono nell’umor vitreo e quindi si muovono. Quando giro gli occhi loro arrivano dopo un po’ e il giochino sta nel muovere gli occhi in modo da farle finire dove voglio. Ora sovrappongo quella macchia lì piccolina al punto di questa frase. Non è mica facile. Ecco fatto. E’ un passatempo divertentissimo. E quella storia dell’esaurimento nervoso non mi sfiora proprio.

10. Giugno 2005

On the air

Io prima del blog e prima dei vari messenger ero un assiduo frequentatore di IRC. Ai tempi gestivo anche il canale #parma su IRCnet insieme ad altri ragazzi. Ci passavo le ore, più per spirito smanettone che per altro, però ero sempre lì.
Era successo, una sera, che un dj di una radio locale era entrato in canale (”canale” è tipo la stanza di una chat) e si era messo a far domande, a chieder cose, e intanto riferiva le nostre risposte per radio. La cosa aveva avuto successo e la trasmissione radiofonica aveva viaggiato, per un po’ di puntate, in parallelo tra chat e radio. Era divertente per noi, era divertente per quelli in radio e immagino anche per i due gatti che ascoltavano da casa.
Poi, una volta, ci hanno invitato in radio: siamo andati io e un altro ragazzo. Spettacolo, il sogno di una vita, finalmente entravo in una radio! E’ sempre stato uno dei miei sogni nel cassetto, quello di fare il dj radiofonico, e non mi sembrava vero poterci andare quindi non me lo son fatto ripetere due volte.
Ora è il caso di chiarire due punti: ai tempi avevo la morosa, nominata altre volte su questo blog come V1, che tanto ha sopportato poveretta e che non apprezzava granchè la mia attività chattistica temendo possibilità di tradimenti, e allo stesso tempo facevo anche un po’ il brillante con un’altra in chat, insomma, marpionavo spudoratamente, ecco. Non avevo pensato che le due cose avrebbero potuto trovare un punto d’incontro nella trasmissione radiofonica.
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31. Maggio 2005

La pazienza del leone

Io ho sempre avuto questo difetto, che a me sembra più un pregio ma vabbè, che consiste nel fatto che spesso e volentieri ascoltando una canzone capisco pomo per pero.
Fin da bambino con le canzoni dei cartoni animati, sentivo cose strane, che però mi suonavano benissimo quindi non mi veniva neanche il dubbio che potessero essere sbagliate: un esempio per tutti “Gibba, cuore d’acciaio Gibba” nella sigla di Jeeg, che un po’ me lo chiedevo chimminchia fosse sta Gibba, ma oh, se l’han messa nella sigla, sarà qualcuno di importante che m’è sfuggito.
Solo che, finchè succede da bambini, è anche normale, un po’ tutti abbiamo almeno una canzone della quale abbiam capito male un pezzo e l’abbiam cantata sbagliata per anni.
Il mio problema è che mi capita ancora, anche piuttosto spesso.
E per questo un po’ di mesi fa, cantando i Tiromancino, un mio amico mi ha fermato e mi ha detto “scusa, ricantala un attimo…”
E io “…ed avere, la pazienza del leone…”.
Ride. Tanto. “Guarda che dice “la pazienza delle onde”, e infatti aggiunge “di andare e venire”…”.
Tuttora mi prendono in giro per questa cosa, ma a me piace ancora pensare a questo leone, che va avanti indietro per la savana con pazienza certosina in attesa della propria preda… tzè, le onde, scontàti.

10. Maggio 2005

Porta fortuna

Ieri son stato a un corso, una cosa che devo fare per legge. E quindi la faccio molto poco volentieri.
Pieno di smaronamento e lasciamistare ci metto mezz’ora a parcheggiare, finchè trovo posto sotto a un ponteggio dove dei muratori, probabilmente ubriachi, tengono sospesa una carriola sopra alla mia macchina e cantano ciuriddituttulannu, ma sono in ritardo e non c’è di meglio, quindi la lascio lì.
Mi avvio verso il palazzo dove viene organizzato sto corso e proprio davanti all’ingresso l’aria è nauseabonda: per terra, sullo zerbino, c’è una merda pestata. Io ora, che noblesse oblige, vorrei chiamarla escremento o cacca o rifiuto organico, ma quella era proprio una merda. Pestata. Le impronte del pestatore proseguono all’interno del palazzo dove devo entrare e mi vien da sorridere a pensare al tipo che dovrà trovarsi un bagno per pulirsi.
Salgo, terzo piano di sette, (a piedi, neanche da dire) trovo la sede della società che organizza il corso, mi presento e la signorina mi accompagna nell’aula. Saluto tutti con un salve e un mezzo sorriso e mi siedo nel primo posto vuoto, guardando le facce attorno. C’è gente di tutti i tipi, che il corso è una roba sulla sicurezza e quindi le aziende che han mandato personale sono varie, dal casaro al webmaster. Come in tutti questi gruppi così misti noto subito quello che vuole spiccare e fa il simpaticone con tutti e mi sta immediatamente sui maroni, allora guardo quelli proprio a fianco a me e cristodundiosantissimo ma cosa è sta puzza terribile?!?!?
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14. Aprile 2005

F=[(Gm1m2)/r2]x2

Ogni tanto mi succede. Non capisco mai bene il perchè e il percome, a parte il fatto che la legge di gravità è per me raddoppiata rispetto agli altri esseri umani, ma ogni tanto succede che io cado. Ma non che inciampo e magari aggrappandomi magari a fatica ma poi sto in piedi. No no, finisco tutto bello lungo e tirento per terra. Tipo ieri.
Devo uscire per un aperitivo, quindi mi sistemo un po’, jeans appena lavato, piumincello smanicato appena ritirato dalla lavanderia, doccino che sennò so di chiuso a stare tutto il giorno in ufficio, esco e tiro fuori la macchina dal garage. Appena uscito dal garage, seduto in macchina, mi guardo intorno e mi rendo conto che è ridotta uno schifo: cenere ovunque che devo aver starnutito nel posacenere senza accorgermene, cartacce, pedane sporche. Vabbè sono un po’ in anticipo facciam qualcosa per sto cassonetto, devo solo stare attento a non sporcarmi che son tutto pulito. Tiro via le pedane e le sbatto tenendole per un angolino. Ok, possono andare e io non mi son sporcato. Straccio per togliere un po’ la cenere dal cruscotto e da attorno al posacenere. Andata. Prendo le cartacce e il posacenere e li vado a vuotare nel bidone che ho dietro casa. Passo di fianco allo stendipanni carico di roba e proseguo un paio di metri. Uh ma guarda, qualcuno ha tagliato la siepe, ma di brutto eh, c’è pieno di rami. Attraverso ste specie di mangrovie e arrivo al bidone e butto via il tutto. Ok, a posto, posso tornare in macchina.
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18. Marzo 2005

Giustizia sommaria

A legger parmachiara che parla di camporella (e qui il 100% dell’utenza maschile ha già cliccato e se n’è andato a veder cosa racconta parmachiara di queste cose) dicevo mi sovviene quando s’era giovini. Da giovane io e la camporella ci davamo del tu, ero il viamichelin.com delle carraie del mio comune e zone limitrofe, un localizzatore antropomorfo di bucolici pertugi, insomma, ci si andava spesso ecco, che toccava fare di necessità virtù.
E succede che una volta eravamo lì, io e quella con cui stavo allora, tutti mezzi nudi che facevamo le nostre cose sul sedile del passeggero, tutto buio attorno, tutt’un po’ appannati i vetri, ma neanche tanto, e non vado mica oltre nei dettagli ma insomma io che son un metro e ottanta o poco più è meglio se sto di sotto e si fa le sporcherie e la situazione si fa caliente e insomma diciamo che si è preso un certo ritmo a un bel momento lei caccia un urlo fortissimo.
Lì per lì mi stimo molto, poi mi viene il dubbio che ok ma a sta maniera si capisce che fingi, poi mi rendo conto che sta guardando fuori. Mi volto e vedo due occhi grandi così fuori dal finestrino che guardano dentro. Urlo anch’io, che io uno spavento così penso di non averlo mai preso. Urla anche lui da fuori. Come però torno in me, ne riesco subito, da me, e voglio fargli male, ma tanto.
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28. Febbraio 2005

La donna del sale del mare

Io mi ti immagino, omino del sale, che ieri sera sei andato a letto che si vedevano le stelle, e hai pensato che finalmente per una sera puoi dormire e non devi andare a spargere il tuo sale sulle strade, che tanto cosa vuoi che nevichi con un cielo così, e addormentandoti hai sognato il mare e il suo sale, e hai sognato la donna del sale del mare, che non l’hai mai vista ma è sicuramente la donna fatta per te, che lei sta lì, sulla sua isoletta sempre calda e sempre al sole, e ogni tanto butta il sale in mare che così l’acqua è sempre salata, e quando tu vai in giro col tuo camioncino spargi-sale, al freddo, pensi sempre a lei e un po’ ti scaldi, che quel sale che stai spargendo magari un po’ è anche lo stesso che lei ha buttato in mare, e che prima o poi la incontrerai, non solo nei sogni, la tua donna del sale del mare.
E mentre eri lì che sognavi di lei, fuori tutto in una volta ha nevicato fortissimo, ma tu dormivi e hai continuato a dormire, che tanto c’erano le stelle, e dormivi ancora quando io stamattina uscendo dal panettiere sono scivolato sul ghiaccio, che non c’era il tuo sale, e cadendo ho sbocciato la portiera della mia macchina con una testata, che le signorotte son corse subito lì che il botto è stato fortissimo, e una vecchietta rideva anche, bastarda. E ho anche dovuto ricomprare il pane.
E tu lì, a sognare la tua donna del sale del mare, stronzo.

15. Febbraio 2005

Figlio del vento

lewis.jpgDa giovane, ero uno sgaloppino, che vuol dire che ero abbastanza sveglio, e per giovane sto parlando di quando avevo 14 anni. Il tempo poi ha rincoglionito un po’ il tutto. Ai tempi però ero sveglio. Ai tempi avevo una morosina che per baciarla con la lingua avevo dovuto pregare per 3 (TRE) mesi, che lei diceva che non se la sentiva, che era un passo importante, e io a spiegarle che non era mica niente di impegnativo, che non è che ci saremmo sposati per una punta di lingua nè c’erano pericoli di venir chiamata mamma a breve, anzi sarebbe stato divertentissimo. Però insomma mi aveva fatto faticare, ma mi piaceva tanto, che faceva la ballerina e per me averci la morosa ballerina era una roba da tirarmela mica poco, che qui in paese di ballerine ce n’era mica tante. Va anche detto che passato lo scoglio della lingua altre piacevoli cose erano seguite senza troppe insistenze. Niente di che eh, però per uno di quattordici anni in preda a sberle ormonali da non capir più niente erano emozioni più che sufficienti. Che poi non l’avevo mica capito perchè tre mesi per la lingua e poi nessuna storia per le mani addosso, ma insomma, si vede che era questione di scollinare, passata la cima tutta discesa, mi ero risposto.
E insomma c’era che lei era spesso a casa da sola, che sua mamma aveva un negozio qui in paese e al pomeriggio era sempre in negozio e il fratellino era dalla nonna, e capitava che io l’andassi a trovare di nascosto. Come dicevo, non si faceva niente di che, cioè sì bello eh i baci e le mani e tutto il resto, ma avevo anche quattordici anni, e capitava anche che le giornate le passassimo sul Commodore64.
Ma non quel pomeriggio.
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18. Gennaio 2005

Il Bestia

Io da ragazzino avevo un Ciao. Gli scooteristi aggressivi dei giorni nostri non lo capiscon mica cosa vuol dire avere un Ciao. E’ un po’ di più di una bicicletta a motore e molto meno di uno scooter, ma cavoli, a 14 anni non potevo chiedere di meglio. Poi ci hanno imposto il casco e andare in Ciao tutto magro con sto casco enorme in testa sembravo un ChupaChupa a motore. Ma il problema vero era che girava qualcuno che aveva il Fifty della Malaguti, che era molto più vicino alla moto che al motorino, aveva anche le marce perdio! E io col mio Ciao blu che era anche un modello vecchio arrivavo al massimo ai 50 all’ora, piegato e sottovento e con un tir davanti per tagliare l’aria.
E allora cosa ho fatto? Beh ho iniziato che ci ho cambiato il ginglore, al Ciao, che è una valvola che nebulizza la benzina nel carburatore, e se la metti un po’ più grande va appena appena più forte, che io volevo starci dietro a quelli col Fifty. Ma non bastava. Allora cambiamoci la marmitta, Proma o Giannelli, eran quelle le marche: il Giannelli era sto tubo che faceva tutti dei giri strani, il Proma era quella dorata e corta. Ma no, non era ancora abbastanza, e mi son lasciato un po’ prendere la mano: pistone testa carburatore, alla fine sto povero Ciao faceva i 90 all’ora. Con alcuni problemi: in curva la debolezza del punto di giuntura tra pedana e serbatoio lo portava a piegarsi in due, il sistema frenante era per frenare ai 50 e ai 90 mi serviva un paracadute sulle spalle e infine i consumi non erano dei migliori: cosa avrà tenuto? 5 litri? Eh, bastavano 4 chilometri tirati per restare a secco. Infine, ci voleva tanta, tanta, tanta attenzione ad accelerare, che era un attimo ritrovarsi sulla schiena col motorino sullo stomaco.
Tocco finale: alcune righe bianche per profilare la carrozzeria blu, che parlare di carrozzeria per un Ciao fa un po’ strano, manopole e fanale bianchi, e un nome degno adesivato sul copricarter. “Il bestia”.
Vado al bar, col Bestia, a farlo un po’ vedere, che noi piccoli bulli di paese ci si trova al bar e siccome i bicipiti non hanno ancora dato segno di voler prendere una qualche forma ci tocca mostrare i motorini. E arriva il giorno che quello anche lui col Ciao elaborato ti dice: “andiamo a tirarli?”. Che è un modo amichevole per sfidarti, te e il bestia, e non puoi dire di no.
Aperta campagna, strada drittissima per almeno 2 chilometri, case sparse lungo la strada con annesse aie e stalle. E’ luglio e fa un caldo che si crepa, niente caschi che chi vuoi che passi di lì a quell’ora. Quell’effetto riverbero dovuto al caldo sull’asfalto. Siamo io, lui e altri 4 o 5 curiosi. Nessuno dice via, nessuno vuol far sembrare che sia una gara, ma lo è, altrochè se lo è. La partenza ce la diamo con uno sguardo e ci buttiamo lungo questa strada a testa in giù. Resto un po’ indietro, ma lo sapevo che in ripresa devo accelerare mica troppo per non fare il giro della morte da fermo, poi inizio a prenderlo, gli passo di fianco resto lì un po’ e il bestia credo per orgoglio dà uno strattone finale e si lancia nella leggerezza dei miei 14 anni verso una vittoria che ne avrei parlato per chissà quanto.
Mentre son lì ancora abbassato che voglio dare più stacco possibile all’altro vedo in lontananza una gallina che attraversa la strada. La punto. Ma mica voglio investirla, son mica scemo, facendo due calcoli occhio e croce dovrei passarle di fianco. Infatti quando le sono vicinissimo lei ha già finito di attraversare la strada e io posso essere fiero della ciliegina sulla torta, che schivare la gallina è un atto di bullaggine mica da ridere. Solo che.
Solo che la gallina, si sa, non è un animale intelligente. E fa un salto indietro. Io provo a frenare, e in effetti le ruote inchiodano, il fatto è che inchiodano su di lei, prima la ruota davanti poi quella dietro.
In un tripudio di piume bianche e odore di gomma bruciata riesco a fermarmi: la gallina, o meglio quel che ne resta, una ventina di metri dietro di me, spalmata su qualche metro di asfalto, e il mio sfidante fermo di fianco ai poveri resti, che li fissa impietrito. Un’ala sbatacchia ancora un po’. Io cerco ancora di capire come ho fatto a non volare via quando sento qualcuno urlare dalla casa lì di fianco: è il paesano proprietario della gallina, che correndoci incontro con un bastone in mano vuole ringraziarci per avergli preparato il necessario per il brodo della domenica.
E allora via. Giù a testa bassa per la stradina di campagna, non ci avrai mai contadino, nè potrai mai capire le eroiche gesta di noi, gioventù bruciata della bassa, che rischiamo le nostre vite sui Ciao e ci facciamo di lambrusco e malvasia immolando galline al dio velocità. Altro che James Dean e la sua chickie run: it’s a chicken run, baby.

21. Dicembre 2004

Patentelibbretto

Io, prendo sempre le multe più strane. Mai che mi diano una multa per un normale divieto di sosta e basta, mai.
Una volta ho parcheggiato dove non si poteva, ma son rimasto di fianco alla macchina: arrivano i vigili e mi dicono di toglierla. Ok, grazie, ero rimasto qui apposta, la tolgo subito. Salgo in macchina e parto. Dopo pochi giorni mi arriva a casa una multa che quel bastardo di vigile m’ha preso la targa mentre andavo via e m’ha spedito la multa a casa.
Pochi giorni dopo prendo un’altra multa. Vedo un autovelox con una pattuglia a lato: passato oltre dò una qualche lampeggiata a quelli che arrivano dall’altra parte, che c’è l’autovelox e glielo segnalo. Gli stronzi però non ricambiano il favore e non mi lampeggiano per dirmi che più avanti c’è una seconda pattuglia, chi chiaramente mi ferma. Non avete idea di quanto si può incazzare un carabiniere che ti trova mentre sfanali. E anche a dirgli che no no non hai fatto niente, sarà un problema alla centralina, si incazza ancora di più. “Che se arriva un malvivente e lei ci segnala la nostra presenza lui capisce e noi non lo prendiamo. Diventerebbe un delinquente anche lei” mi appunta l’appuntato. Davanti a queste ragioni, non me la sento di controbattere e mi faccio ammollare quei 120 euro di multa.
Un’altra volta, un po’ di anni fa, passo col giallorosso, non nel senso del romanista ma nel senso del semaforo che è lì lì per diventare rosso e lo diventa mentre passi, che acceleri anche un po’ che dai che ci stai. Ecco, in questi casi è sempre meglio guardare che la macchina dietro non sia una pattuglia dei carabinieri. Che accende sirene lampeggianti faretto bombammanotricchettracche e ti taglia la strada per farti fermare manco fossi in un telefilm. Ho una panda, perdio, dove vuoi che vada? Mitraglietta puntata mi fanno scendere con le mani in vista. Vedono che sono uno studentello sbarbatello con la morte in faccia, che una mitraglietta non me l’ha mai puntata nessuno, e abbassano l’arma. Si avvicina uno dei due e mi fa “Allora, è passato col rosso, ha superato il limite di velocità e ha anche un fanale posteriore spento. Come la mettiamo?”. “Diamoci del tu” mi verrebbe da dirgli, ma lascio stare e provo a giusitificarmi che insomma era appena diventato giallo. Il signore in divisa mi fa notare che tutte le altre macchine al semaforo erano ferme. Abbasso il capo e lui fa un giro dietro la macchina e mi dice qualcosa tipo “eh ma lei non può circolare con sto fanale spento”. Vado con lui dietro la macchina e, un piccolo Fonzie della bassa, dò un pugno al fanale che si riaccende, e guardo il carabiniere che mi vien da tirar su il pollice e dirgli “Ehi…”. Lui mi sorride (oh, stavi per spararmi e adesso ridi?) e torna dal collega, mi stacca una multa per essere passato col rosso e va via, dicendomi che mi è andata bene. “Andava meglio se non mi dava neanche questa” mi scappa detto. “Le aggiungo anche le altre due?” mi dice. No no no ok grazie e mille arrivederci buon lavoro nei secoli fedele evviva l’italia.
Infine mi piace spendere due parole per la categoria peggiore, che si sa, sono loro: gli ausiliari della sosta. Vorrei avere qualcosa di simpatico da raccontare, ma la loro caratteristica principale è di rimuovere ogni possibile traccia di buonumore da chiunque gli si pari di fronte, fosse anche Jerry Lewis. Con loro _non puoi buttarla sul ridere_. Ma neanche provarci. Gli angoli della loro bocca non possono alzarsi contemporaneamente, è una cosa congenita. Se ne alza solo uno quando strappano il foglietto della multa.
E allora, la prossima volta che ti incontrerò, caro ausiliario, e cercherò di infonderti buonumore e tu me lo rimbalzerai, non mi resterà altro che tirati una testata fortissimo in mezzo alla fronte. Che tanto non sei armato. E io corro fortissimo.

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