30. agosto 2005

Approcci

Dopo una giornata in spiaggia, a fingere di essere i fratelli Karamazov, alla sera sulla stessa spiaggia con il quinto cocktail in mano non puoi che aspettarti discorsi come questo.
Lei: Come ti chiami?
Io: Aleksej
Lei: Come???
Io: Aleksej Karamazov
Lei: Ah sei albanese?
Se dicevo Smerdjakov, Dio sa cosa mi rispondeva.

03. agosto 2005

Afro e la pesca

Con quei caldi qui, con questo sole qui, quando avevo sui 15 anni e aspettavo di partire per la montagna coi miei, io in questi periodi andavo a pescare. Io e Afro, il mio amico pescatore: aveva la mia stessa età ma era figlio di un pescatore, e fin da bambino girava per laghetti con la canna da pesca, e aveva attaccato un po’ la mania anche a me.
Ci si trovava, verso le due, in bicicletta tutti armati di canna cassetta e cappello (le tre C del giovane pescatore) e si pedalava in mezzo alla campagna, con l’asfalto che fa quell’effetto vibrello per via del caldo, fino alla cava prescelta. Questi laghetti erano delle cave non custodite e piene d’acqua: non ho mai capito bene cosa ci facessero lì in mezzo al nulla e chi ci avesse messo dentro i pesci, ma eran lì, eran gratis, non serviva la licenza (forse), perchè non apporfittarne? Prendevamo soprattutto pescegatti e carpe: le carpe le peschi col mais, lo stesso che si usa nelle insalate: io oggi non ce la faccio a mangiarlo, il mais, lo abbino ai begatini (vermetti, càmole) che usavamo per i pescegatti e mi viene un po’ di rigetto se me lo trovo nell’insalata.
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11. luglio 2005

Catch the wave

E poi qualcuno ancora mi chiede perchè io e lui non andiamo a vivere insieme.
Eravamo lì in cucina, venerdì sera, anzi sabato mattina che erano le 4, più o meno, e prima di andare a letto G mi dice “ci tagliamo un po’ di salame e aspettiamo l’alba in terrazzo?”. Va bene, io prendo la coca in frigo e G taglia il salame. No niente alcolici che abbiamo già dato abbastanza.
La coca la trovo sotto forma di due bottiglie da un litro e mezzo legate insieme con nastro adesivo cocacoloso: vanno staccate. Prendendole entrambe per il collo ne tiro una per un verso e l’altra per il verso contrario, mettendoci forza che quel cazzo di nastro è bello resistente.
G, che sta tagliando il salame, mi guarda con la faccia preoccupata, tipo come se stessi per fare un danno e viene da me col coltellazzo in mano: “lascia fare” mi dice.
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27. giugno 2005

Macchie


Io vedo le macchie da un sacco di tempo, fin dall’adolescenza. Più guardo cose chiare e più ne vedo: sono dei grumi di non so cosa che si son formati nell’umor vitreo degli occhi durante lo sviluppo e mi tocca tenermeli. Non ci faccio granchè caso eh, oramai, è una cosa normale. Però se ci penso è fastidiosa questa cosa, il fatto di non poter vedere una cosa senza le macchie davanti.
L’oculista da cui ero stato mi aveva detto che c’è poco da fare, di abituarmici e basta. Mia madre, per tranquillizzarmi, m’aveva detto di non pensarci troppo che uno che conosce gli era venuto l’esaurimento nervoso per questa cosa e da allora non è più stato lo stesso. Santa donna, sempre le parole giuste al momento giusto.
Che macchie sono? Mah son più delle righe, dei grumetti di roba, dei filamenti: ora scrivendo ne vedo diversi proprio qui sotto le parole che sto digitando. Il gioco è che non sono fisse, sono nell’umor vitreo e quindi si muovono. Quando giro gli occhi loro arrivano dopo un po’ e il giochino sta nel muovere gli occhi in modo da farle finire dove voglio. Ora sovrappongo quella macchia lì piccolina al punto di questa frase. Non è mica facile. Ecco fatto. E’ un passatempo divertentissimo. E quella storia dell’esaurimento nervoso non mi sfiora proprio.

10. giugno 2005

On the air

Io prima del blog e prima dei vari messenger ero un assiduo frequentatore di IRC. Ai tempi gestivo anche il canale #parma su IRCnet insieme ad altri ragazzi. Ci passavo le ore, più per spirito smanettone che per altro, però ero sempre lì.
Era successo, una sera, che un dj di una radio locale era entrato in canale (“canale” è tipo la stanza di una chat) e si era messo a far domande, a chieder cose, e intanto riferiva le nostre risposte per radio. La cosa aveva avuto successo e la trasmissione radiofonica aveva viaggiato, per un po’ di puntate, in parallelo tra chat e radio. Era divertente per noi, era divertente per quelli in radio e immagino anche per i due gatti che ascoltavano da casa.
Poi, una volta, ci hanno invitato in radio: siamo andati io e un altro ragazzo. Spettacolo, il sogno di una vita, finalmente entravo in una radio! E’ sempre stato uno dei miei sogni nel cassetto, quello di fare il dj radiofonico, e non mi sembrava vero poterci andare quindi non me lo son fatto ripetere due volte.
Ora è il caso di chiarire due punti: ai tempi avevo la morosa, nominata altre volte su questo blog come V1, che tanto ha sopportato poveretta e che non apprezzava granchè la mia attività chattistica temendo possibilità di tradimenti, e allo stesso tempo facevo anche un po’ il brillante con un’altra in chat, insomma, marpionavo spudoratamente, ecco. Non avevo pensato che le due cose avrebbero potuto trovare un punto d’incontro nella trasmissione radiofonica.
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31. maggio 2005

La pazienza del leone

Io ho sempre avuto questo difetto, che a me sembra più un pregio ma vabbè, che consiste nel fatto che spesso e volentieri ascoltando una canzone capisco pomo per pero.
Fin da bambino con le canzoni dei cartoni animati, sentivo cose strane, che però mi suonavano benissimo quindi non mi veniva neanche il dubbio che potessero essere sbagliate: un esempio per tutti “Gibba, cuore d’acciaio Gibba” nella sigla di Jeeg, che un po’ me lo chiedevo chimminchia fosse sta Gibba, ma oh, se l’han messa nella sigla, sarà qualcuno di importante che m’è sfuggito.
Solo che, finchè succede da bambini, è anche normale, un po’ tutti abbiamo almeno una canzone della quale abbiam capito male un pezzo e l’abbiam cantata sbagliata per anni.
Il mio problema è che mi capita ancora, anche piuttosto spesso.
E per questo un po’ di mesi fa, cantando i Tiromancino, un mio amico mi ha fermato e mi ha detto “scusa, ricantala un attimo…”
E io “…ed avere, la pazienza del leone…”.
Ride. Tanto. “Guarda che dice “la pazienza delle onde”, e infatti aggiunge “di andare e venire”…”.
Tuttora mi prendono in giro per questa cosa, ma a me piace ancora pensare a questo leone, che va avanti indietro per la savana con pazienza certosina in attesa della propria preda… tzè, le onde, scontàti.

10. maggio 2005

Porta fortuna

Ieri son stato a un corso, una cosa che devo fare per legge. E quindi la faccio molto poco volentieri.
Pieno di smaronamento e lasciamistare ci metto mezz’ora a parcheggiare, finchè trovo posto sotto a un ponteggio dove dei muratori, probabilmente ubriachi, tengono sospesa una carriola sopra alla mia macchina e cantano ciuriddituttulannu, ma sono in ritardo e non c’è di meglio, quindi la lascio lì.
Mi avvio verso il palazzo dove viene organizzato sto corso e proprio davanti all’ingresso l’aria è nauseabonda: per terra, sullo zerbino, c’è una merda pestata. Io ora, che noblesse oblige, vorrei chiamarla escremento o cacca o rifiuto organico, ma quella era proprio una merda. Pestata. Le impronte del pestatore proseguono all’interno del palazzo dove devo entrare e mi vien da sorridere a pensare al tipo che dovrà trovarsi un bagno per pulirsi.
Salgo, terzo piano di sette, (a piedi, neanche da dire) trovo la sede della società che organizza il corso, mi presento e la signorina mi accompagna nell’aula. Saluto tutti con un salve e un mezzo sorriso e mi siedo nel primo posto vuoto, guardando le facce attorno. C’è gente di tutti i tipi, che il corso è una roba sulla sicurezza e quindi le aziende che han mandato personale sono varie, dal casaro al webmaster. Come in tutti questi gruppi così misti noto subito quello che vuole spiccare e fa il simpaticone con tutti e mi sta immediatamente sui maroni, allora guardo quelli proprio a fianco a me e cristodundiosantissimo ma cosa è sta puzza terribile?!?!?
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14. aprile 2005

F=[(Gm1m2)/r2]x2

Ogni tanto mi succede. Non capisco mai bene il perchè e il percome, a parte il fatto che la legge di gravità è per me raddoppiata rispetto agli altri esseri umani, ma ogni tanto succede che io cado. Ma non che inciampo e magari aggrappandomi magari a fatica ma poi sto in piedi. No no, finisco tutto bello lungo e tirento per terra. Tipo ieri.
Devo uscire per un aperitivo, quindi mi sistemo un po’, jeans appena lavato, piumincello smanicato appena ritirato dalla lavanderia, doccino che sennò so di chiuso a stare tutto il giorno in ufficio, esco e tiro fuori la macchina dal garage. Appena uscito dal garage, seduto in macchina, mi guardo intorno e mi rendo conto che è ridotta uno schifo: cenere ovunque che devo aver starnutito nel posacenere senza accorgermene, cartacce, pedane sporche. Vabbè sono un po’ in anticipo facciam qualcosa per sto cassonetto, devo solo stare attento a non sporcarmi che son tutto pulito. Tiro via le pedane e le sbatto tenendole per un angolino. Ok, possono andare e io non mi son sporcato. Straccio per togliere un po’ la cenere dal cruscotto e da attorno al posacenere. Andata. Prendo le cartacce e il posacenere e li vado a vuotare nel bidone che ho dietro casa. Passo di fianco allo stendipanni carico di roba e proseguo un paio di metri. Uh ma guarda, qualcuno ha tagliato la siepe, ma di brutto eh, c’è pieno di rami. Attraverso ste specie di mangrovie e arrivo al bidone e butto via il tutto. Ok, a posto, posso tornare in macchina.
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18. marzo 2005

Giustizia sommaria

A legger parmachiara che parla di camporella (e qui il 100% dell’utenza maschile ha già cliccato e se n’è andato a veder cosa racconta parmachiara di queste cose) dicevo mi sovviene quando s’era giovini. Da giovane io e la camporella ci davamo del tu, ero il viamichelin.com delle carraie del mio comune e zone limitrofe, un localizzatore antropomorfo di bucolici pertugi, insomma, ci si andava spesso ecco, che toccava fare di necessità virtù.
E succede che una volta eravamo lì, io e quella con cui stavo allora, tutti mezzi nudi che facevamo le nostre cose sul sedile del passeggero, tutto buio attorno, tutt’un po’ appannati i vetri, ma neanche tanto, e non vado mica oltre nei dettagli ma insomma io che son un metro e ottanta o poco più è meglio se sto di sotto e si fa le sporcherie e la situazione si fa caliente e insomma diciamo che si è preso un certo ritmo a un bel momento lei caccia un urlo fortissimo.
Lì per lì mi stimo molto, poi mi viene il dubbio che ok ma a sta maniera si capisce che fingi, poi mi rendo conto che sta guardando fuori. Mi volto e vedo due occhi grandi così fuori dal finestrino che guardano dentro. Urlo anch’io, che io uno spavento così penso di non averlo mai preso. Urla anche lui da fuori. Come però torno in me, ne riesco subito, da me, e voglio fargli male, ma tanto.
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28. febbraio 2005

La donna del sale del mare

Io mi ti immagino, omino del sale, che ieri sera sei andato a letto che si vedevano le stelle, e hai pensato che finalmente per una sera puoi dormire e non devi andare a spargere il tuo sale sulle strade, che tanto cosa vuoi che nevichi con un cielo così, e addormentandoti hai sognato il mare e il suo sale, e hai sognato la donna del sale del mare, che non l’hai mai vista ma è sicuramente la donna fatta per te, che lei sta lì, sulla sua isoletta sempre calda e sempre al sole, e ogni tanto butta il sale in mare che così l’acqua è sempre salata, e quando tu vai in giro col tuo camioncino spargi-sale, al freddo, pensi sempre a lei e un po’ ti scaldi, che quel sale che stai spargendo magari un po’ è anche lo stesso che lei ha buttato in mare, e che prima o poi la incontrerai, non solo nei sogni, la tua donna del sale del mare.
E mentre eri lì che sognavi di lei, fuori tutto in una volta ha nevicato fortissimo, ma tu dormivi e hai continuato a dormire, che tanto c’erano le stelle, e dormivi ancora quando io stamattina uscendo dal panettiere sono scivolato sul ghiaccio, che non c’era il tuo sale, e cadendo ho sbocciato la portiera della mia macchina con una testata, che le signorotte son corse subito lì che il botto è stato fortissimo, e una vecchietta rideva anche, bastarda. E ho anche dovuto ricomprare il pane.
E tu lì, a sognare la tua donna del sale del mare, stronzo.

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