09. novembre 2006

Destra o sinistra?

Qui nel paesello, certe volte fan dei lavori che uno pensa che forse, tra la noia e l’umidità della nebbia, certe sinapsi del cervello soffrono troppo.
Nel mio quartiere, son quattro strade in tutto, ci saranno più o meno trenta case, nessun condominio, una o al massimo due famiglie ogni casa, alla fine dei conti poche macchine che vanno in giro. Quelli che lavorano in Municipio, che son lì che dopo aver costruito una delle piazze più brutte d’Italia ora si annoiano, han pensato di mettere a senso unico queste quattro strade del mio quartiere. Strano che non ci abbian sbattuto anche un paio di rotonde, così, per stare alla moda.
Il problema però, nei piccoli comuni di provincia, è coordinare le forze lavoro, specie quando si lavora per appalti al ribasso. E spiegare all’appalto che mette i cartelli quali sono i versi dei sensi unici, e spiegarlo allo stesso modo all’appalto che fa le segnalazioni per terra, non è mica facile.
Infatti, se ora aveste modo di fare un giro qui nel paesello, nel mio quartiere, potreste anche voi gustarvi lo spettacolo di cartelli che indicano un senso di marcia, e indicazioni a terra che indicano il senso inverso.
Certo, i cartelli hanno ancora un trasparentissimo sacchetto che li copre, ma la sensazione di smarrimento quando ci si trova davanti è notevole. Gli umarelli nei bar stanno già imprecando e adesso chi lo paga il lavoro fatto male, e il rifacimento, e son soldi nostri, e non paghiamo già abbastanza, e non ci bastava il cementificio a farci girare i coglioni. C’han mica tutti i torti.
A me basterebbe sapere da che parte dovrò voltare quando esco dal cancello.

15. settembre 2006

Onda su onda

Ieri sera, le 20.30 circa. Siam lì io e morosa sulle strisce che attraversano Viale Vittoria che aspettiamo che passino un po’ di macchine e poi attraversiamo, che vien giù un’acqua che dio la manda e prima entriamo meno ci bagnamo. Ci aspettano un po’ di amici, una cenetta infrasettimanale.
Chiacchieriamo, sto ridendo, che è buffo dover aspettare che passino le macchine, che sono io quello sulle strisce pedonali e dovrebbero esser loro a fermarsi. E invece no, non solo non si fermano, ma quell’idiota su quella Mercedes passa agli 80 all’ora su quella pozzanghera davanti a me, che non avevo visto.
Tsunami.
Ci guardiamo, increduli, ho acqua di pozzanghera anche in bocca, son zuppo fradicio e lei è messa più o meno uguale, forse un po’ meno bagnata di me, solo che lei adesso si è spostata un po’. Io ora sono girato di spalle alla strada ma non mi son mosso di un centimetro, sputo, impreco, smadonno, prego accidenti e cerco di asciugarmi in qualche modo.
La prima regola da tener presente, dopo che succede una cosa del genere, è: spòstati.
Solo che non ci penso, son troppo impegnato con le preghiere.
Secondo tsunami.
Completamente-bagnato-anche-dietro.
Lei è piegata in due dal ridere, io ho la faccia di questo qui nella foto.
Il gavettone bifronte è un esperienza che ti segna, ti fa capire quanto siamo fragili, quanto oggi sei qui domani chissà, riporta la percezione dell’esistenza ad una dimensione più concreta, per insegnarti che sì, gli altri son stronzi, ma esser coglioni certo non aiuta.

05. luglio 2006

C’è bandiera e bandiera

Dopo la paginata di sfogo di oggi, va raccontata la serata di ieri. Ci troviamo in una ventina di persone in terrazza da Giovanni, tutti tesissimi. Io poi, son scaramantico da far schifo in queste cose: mi vesto sempre uguale da tre partite (sì, anche le mutande), metto la bandiera italiana dietro la tv, in modo che la stoffa tocchi un po’ il televisore, mi siedo sempre allo stesso posto, con le stesse persone sedute allo stesso modo a fianco a me: morosa a sinistra, Davide a destra, Giovanni e Marco dietro.
Son lì, tutto concentrato che aspetto la frasona storica di Caressa prima della partita ed arrivano un paio di invitati, lui mi sta sui coglioni e lei pure, lei ha una bandiera. Cazzo ci fa con una bandiera bianca? Sbianco io. E’ una bandiera di Forza Italia. Mi si rigirano gli occhi, mi manca il fiato, mi appoggio, cerco aiuto negli sguardi degli amici, tutti sconvolti come me. “Che cazzo è quella roba?” mi scappa urlato. Lei non la conosciamo benissimo, ci frequentiamo poco, nessuno osa sbilanciarsi dopo il mio exploit, qualche frase di protesta ma niente più. Il tipo che è con lei la supporta e le dice di fregarsene. Il mio problema, più che per (ma anche per) il simbolo in sè, di quella bandiera, è che son convinto che porti una sfiga della madonna. Lei fa finta di niente nonostante gli sguardi, si avvolge nella sua cazzo di bandiera e si butta in poltrona. Il suo amico le sta a fianco.
Abbandono l’idea di bruciarla, la bandiera, visto che ora che ci si è avvolta diventerebbe omicidio e mi sembra un po’ eccessivo. Decido di remare contro. Arriva provvidenziale un’inquadratura su Prodi, l’amico della bandierata sta per dire qualcosa ma gli urlo sopra a squarciagola “VAI ROMANOOOONEEEE SEGNA PER NOOOOIII!!!”. Pensa te cosa mi tocca dire. Lui, l’amico, si volta e mi guarda male, lo guardo con un mezzo sorriso e un vaffanculo in fronte e la partita inizia.
Un’ora e mezzo di gioco se ne vanno come sappiamo, tra il primo e secondo tempo provo ad avvicinarmi all’immondo bandierone per buttarlo giù dal terrazzo ma non c’è modo di fregarglielo, stessa cosa tra il novantesimo e l’inizio dei supplementari.
Poi, all’inizio dei supplementari, non si sa perchè, la tipa si alza, avvolge la sua cazzo di bandiera e la mette via, in casa, lontana. Palo, traversa, gol e secondo gol. Non mi sbaglio, sulle scaramanzie.
Di quegli attimi finali ho ricordi annebbiati, al primo gol so che son per terra che urlo con addosso Giovanni e Marco e qualcun altro e ci prendiamo a sberle e ci dimeniamo. Al secondo gol, che ancora non mi son ripreso dal primo, salto addosso alla morosa e la stringo e la spettino e la bacio, Giovanni lo vedo prendere la rincorsa e tuffarsi nella piscinetta di Barbie. Ah sì, ha comprato una piscinetta di Barbie per tenerci in fresco le birre. Che stile.
Poi, in pieno delirio, altra inquadratura a Prodi e salto in piedi sulla panca e mi metto a urlare, guardando i tipi, “CHECCE FREGA DER PELATO NOI C’AVEMO PRODI GOOOL!!!”.
Lo so, c’ho un brutto carattere, ma in una semifinale mondiale certe cose non le voglio vedere. Per la finale passo alle mani.

21. aprile 2006

Fotoricordi

Le foto son bellissime quando te le ritrovi in mano dopo un sacco di tempo e ti vengono in mente cose che avevi quasi dimenticato o di cui non t’eri mai reso conto.
Io, ad esempio, mi son reso conto qualche giorno fa che forse da piccolo ero un bambino un po’ strano: ho ritrovato una foto, fatta da mio padre, dove avrò avuto circa 10 anni ed ero seduto sulla tazza del cesso, con addosso maschera da sub e pinne.
Le cose son due: o ero un bambino strano, o avevo intenzione di farne tanta.

20. marzo 2006

FestivalBar

Venerdì sera, io e G non eran neanche le 20 che eravamo lì all’inizio di via Farini con la macchina in potenziale divieto di sosta e tutto un venerdìsera davanti. Vabè intanto la macchina la lasciam qui e speriam bene, poi lì c’è un bar e l’appuntamento è verso le 21 dietro al Duomo e facciamoci un bianchino valà.
L’appuntamento è per un aperitivo di compleanno di un’amica che è stata carina a invitarci e mi piacerebbe esserci e insomma la strada è tutta dritta, si attraversa il centro, quanto sarà, da qui a là? Un chilometro? Ci mettiamo un attimo. Anzi sai G cosa facciamo? Eh lo so che non aspettavi altro, e quindi ti accontento: FestivalBar! Un bianchino in ogni bar che incontriamo da qui fino al compleanno. E lui, sì sì! Con tappa speciale al sesto bar! Che la tappa speciale sarebbe poi un negroni o un americano invece del bianchino.
Nel frattempo avviso via sms un’altra amica che ci aspetta là: le dico che è iniziata questa cosa e magari facciamo un po’ tardi ma credo di no.
I primi due bar ci scivolano via che non ci sembra neanche, due prosecchini. Ah vè ma dobbiam cenare! Vabè ci pensiam poi dopo.
Al terzo bar basta prosecchi che tutte ste bollicine mi dan fastidio, alè, due bicchieri di traminer, un po’ anche in omaggio a lui, che io lui lo sappiam perchè. Incontriamo le amiche della mia morosa, che mi dicono un po’ di cose che poi il giorno dopo, parlando con la morosa, realizzo di aver capito proprio al contrario: significa che alla terza tappa cominciavo ad accusare. Eh oh, a stomaco vuoto.
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08. marzo 2006

Se telefonando io potessi dirti addio

Io, col numero 187, c’ho un rapporto pessimo. Ogni volta che sto per comporlo mi vien l’ansia, mi manca l’aria, mi tremano le gambe perchè so già come andrà a finire. Poi tutto tremante tiro su la cornetta e digito. L’agitazione è semplicemente dovuta al fatto che so di stare per parlare con uno di loro… gli operatori del 187! Non hanno nome (magari un numero), non hanno età. Forse non hanno nemmeno un volto, però hanno sesso, quello si capisce dalla voce (torna utile saperlo quando si tratta di insultarli). Sono tantissimi, gli operatori del 187, così tanti che è più facile vincere al superenalotto che riuscire a parlare due volte con lo stesso operatore.
Credo li facciano accoppiare in pausa pranzo e a forza di incrociarsi tra di loro da anni e anni, a forza di mischiare gli stessi cromosomi, gli operatori di oggi non capiscono una funchia. Sfido chiunque a fare la stessa domanda, tipo “perchè son sei mesi che ho chiesto l’attivazione dell’ADSL e ancora non vi siete fatti vivi?”, a dieci operatori diversi: riceverete dieci risposte diverse. Alla fine è anche divertente: c’è chi a novembre pronostica l’attivazione entro fine febbraio, chi dice che è un problema di piastre (per capelli?), chi ti dice di non lamentarti che c’è gente che aspetta da due anni. Se si impara a dominare gli istinti omicidi diventa un divertente passatempo:”Sentiamo un po’ cosa s’inventano oggi al 187!”. E loro, dopo la storiella che ti raccontano e che tu ormai hai rinunciato a confutare riportando le versioni precedenti, inoltrano un altro sollecito.
A chi?
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06. ottobre 2005

Il foglio rosa

La storia è di quelle un po’ incredibili, di quelle che nei paesi poi ne parlano per un po’.
C’era un giovane che aveva appena preso il foglio rosa (quel documento che diceva, ai tempi, che stai dando la patente e puoi guidare se accompagnato da uno patentato), che non era ancora salito su di un’auto, che aveva una vaga idea del fatto che ci fosse una specie di movimento “alzo un pedale ne abbasso un altro” per far muovere un automobile, che però sapeva che lì in basso di pedali ce ne son tre, e se abbiam due gambe vuol dire che uno dei tre pedali serve a poco, fatti salvi i superdotati.
C’era un’altra giovane, un po’ meno giovane, cugina di quest’ultimo e che per quest’ultimo aveva un’adorazione che lo rendeva, ai suoi occhi, una persona in grado di portare a termine nel migliore dei modi qualsiasi sfida la vita gli presentasse. Lo credeva persino capace di guidare un’auto senza che fosse mai salito dalla parte del guidatore.
E infine c’era una madre, premurosa, protettiva, portata per DNA alla preoccupazione oltre livelli accettabili, e sorpattutto in tempi brevissimi, combinazione che le faceva ritenere che il giovane di cui sopra, suo primogenito, fosse sì un bravo ragazzo ma non un genio in ogni campo, e soprattutto che non fosse nato imparato nel campo della conduzione di veicoli a motore e a quattro ruote.
Un bel pomeriggio, di tanti tanti anni fa, la cugina, saputo che il giovane era fogliorosadotato, si presentò sotto casa sua e gli disse:”ehi, bel ragazzo, perchè non mi porti a casa tu oggi?”. Il giovane rimase un po’ perplesso, indeciso sul da farsi. La madre, guidata dai suoi poteri extrasensoriali, saltò fuori dalla finestra urlando “PER L’AMOR DEL CIELO, NO!”.
La cugina continuò:”Dai, abito solo due curve da qui, una a destra e una a sinistra, ci vuol mica niente: suvvia saran 50 metri!”. Il giovane aprì il cancello e si mise di fianco all’auto, quasi convinto di potercela fare. La madre, sempre alla finestra continuava ad urlare a squarciagola “NO NON FARLO!”.
Il giovane aprì la portiera e salì.
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29. settembre 2005

Seduta in quel caffè

Oggi è una data che mi fa venire in mente la prima volta che m’han tradito. Io la prima volta che è successo avrò avuto 16 anni. Per fortuna poi non è più successo non me ne sono mai più accorto.
Beh io stavo proprio male, che mi ero buttato in quella storia con tutto il cuore che può metterci un ragazzino di 16 anni e un tradimento proprio non era previsto. Il tradimento era una roba riservata ai film, alla gente grande che abita nelle città grandi, insomma tutta roba che non mi riguardava, io che ero giovane e abitavo in un paesello ed ero innamoratissimo. Cioè, a dire il vero il ricordo più vivido che mi è rimasto sono le sue tette, che eran le prime che toccavo e ci avrei passato le ore, eran proprio una cosa nuovissima e bellissima. E proprio all’idea di qualcun altro che probabilmente aveva messo le mani su quelle tette (l’amore a quell’età, in preda a enormi tsunami ormonali, è soprattutto una roba fisica) ecco io avevo dato di matto.
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27. settembre 2005

Ciclicità

Arrivo da lei verso le 20, lei mi offre da bere un po’ di bianco come aperitivo, ceniamo chiacchierando e mi siedo sul divano. Lei si siede alla mia destra. Mi dò un’aria tipo ehi-guarda-sono-a-mio-agio mentre faccio zapping con la tv, che oh poi sono a mio agio davvero, però ci tengo che si veda. Faccio anche il brillante guardando con aria spocchiosetta l’Isola dei Famosi: “ehi ma quella è Maria Giovanna Elmi, la fatina! Ma sembra Gollum! Ma quanto è invecchiata? Ma se vince le regalano una badante?”. Risate. Vai ragazzo, la stai facendo ridere, tu sì che sai il fatto tuo. Ok, potrebbe essere il momento di parlare un po’ più vicini, lei si è messa un po’ allungata e di fianco c’è posto per me, lasciato evidentemente apposta. Mi sfilo il maglione e mi appoggio nell’apposito spazio, facendolo la fisso tipo “mò me te magno” e intanto appoggio lancio il maglione per terra, senza guardare. E l’appoggio lo lancio su un bicchiere. Che cade e si rompe. E che era pieno di vino. E che aveva la capienza di una pinta, dalla quantità di vino che c’è dappertutto. Ecco, se un paio di settimane prima, con la stessa persona, non fosse accaduta esattamente la stessa cosa, ma proprio uguale uguale divano-maglione-bicchiere, io lì per lì mi sarei sentito un po’ meno scemo.

12. settembre 2005

Alessandro Grignani

Sono in giro con amici, sabato sera, in quel di Milano e mi arriva un MMS da mio padre, senza nessun commento, con la foto di uno che ho già visto in tv. Sì, è uno di un qualche Grande Fratello, quello alto palestrato biondo. Gli amici me lo confermano. Mio padre, uno che aveva il pallino per la fotografia, uno che faceva foto splendide, ora al ristorante si mette a fotografare sta gente? E’ un mondo malato.
Gli scrivo: “Ah è quello del Grande Fratello.”
Mi risponde: “No, Gianluca Grignani.”
Io già me lo vedo che lo ferma “Gianluca! Posso farti una foto?”.
Gli riscrivo: “No pà, quello è uno del Grande Fratello”.
Mi ririsponde: “Ah sì, Alessandro”.
E mi vedo anche quella scena: “Scusa ma tu sei Grignani o uno del Grande Fratello?”.
Che poi, voglio dire, ma perchè mi manda la foto di un biondo nerboruto palestrato!?!? Io ecco, speravo che mio padre avesse un’altra opinione di me.

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