18. aprile 2008

Nella mia stanza

Ieri, come tutti i giorni, son passato davanti alla casa dove abitavo da ragazzino e c’era il nuovo inquilino (oddio, nuovo, son 15 anni che stan lì) che stava entrando e m’è venuta voglia di tornarci dentro.

Così, tipo un museo della memoria, fare un giro nella stanzetta in cantina che avevo adattato a stanza dei divertimenti: c’era una televisioncina con il Commodore64, un bancone con due piatti e un mixer, che mi piaceva far finta d’essere un DJ, un tavolo rotondo col pannetto verde, che mi piaceva far finta di essere un appassionato di poker, che in realtà a poker non c’ho mai saputo giocare.

C’era una signora umidità, nella stanza in cantina della vecchia casa, certe macchie di muffa che se tenevo i dischi troppo vicini ai muri poi le copertine diventavan tutte molli come se ci fosse piovuto sopra. E non so cosa avrei fatto se mi si fosse rovinata la copertina di, chessò, Ride On Time.

C’era anche una stufa a cherosene, in quella stanza, che faceva una puzza che dopo un po’ andavi in acido, così, gratis, senza star lì a dar soldi a gentaccia. Sempre che non fossi morto prima, durante l’operazione di accensione: una complicata serie di movimenti a base di alcol e fiammiferi, che una volta col ritorno di fiamma ancora un po’ e divento l’uomo torcia (mi sarei anche spento subito, con tutta quell’umidità).

Però a vedere che qualcuno ci entrava, m’è venuta un po’ di nostalgia e voglia di andar lì a chiedergli “scusa, posso un attimo andar giù nella mia stanzetta?”: certo era più nostalgia di quegli anni, che di quella casa, e però anche lei non aiuta, messa lì a imperitura memoria, a metà strada tra l’ufficio e casa mia, che nelle giornate quelle un po’ grigie e un po’ piovose, quando la nostalgia di qualsiasi cosa è lì dietro l’angolo che aspetta solo un mezzo motivo per saltar fuori, è una scusa come tante altre.