26. giugno 2007

Revolutionary Beach

Quello che mi dà più fastidio, quando torno da un posto di mare, è che mi resta in testa la consapevolezza che c’è della gente che è rimasta sotto un ombrellone, là, mentre io son qui in un ufficio. Che uno non ci pensa, quando non lo vede, il posto di mare, uno non ci pensa che c’è della gente che in qualche posto, in molti posti, è là beata a non fare una favazza. O magari è là che lavora, e però il suo lavoro è tirare su e giù dei lettini per una spiaggia, o spillare delle birre medie guardando il mare, e poi a ottobre andare in crociera perché è finita la stagione.

A te invece ti tocca star qui, incastrato nelle tue cose, col culo su sta pianura che la cosa più vicina all’idea di mare è una cava di sabbia lungo il Po, e però non ci puoi andare perché le zanzare, lungo il Po, pagano il bollo, tanto son grosse.

C’è di buono che siam bestie che sanno sopravvivere, e pian piano ce lo si scorda il fatto che c’è gente sotto gli ombrelloni, e torniamo a far le nostre cose senza quel senso di invidia che ti rende tutto un pochino più difficile.

E il fatto di sapere sopravvivere mi aiuterà a rimuovere anche l’ultimo libro che ho letto, Revolutionary Road, che non se n’è accorto nessuno ma ieri ero sotto l’ombrellone con una carogna che me la son tirata dietro tutto il giorno, che a me, un amaro in bocca così, son pochi i libri che me l’han lasciato, anzi forse mai nessuno così tanto prima di questo.

Ma per fortuna, o purtroppo, sappiam sopravvivere.