La pazienza del leone
Io ho sempre avuto questo difetto, che a me sembra più un pregio ma vabbè, che consiste nel fatto che spesso e volentieri ascoltando una canzone capisco pomo per pero.
Fin da bambino con le canzoni dei cartoni animati, sentivo cose strane, che però mi suonavano benissimo quindi non mi veniva neanche il dubbio che potessero essere sbagliate: un esempio per tutti “Gibba, cuore d’acciaio Gibba” nella sigla di Jeeg, che un po’ me lo chiedevo chimminchia fosse sta Gibba, ma oh, se l’han messa nella sigla, sarà qualcuno di importante che m’è sfuggito.
Solo che, finchè succede da bambini, è anche normale, un po’ tutti abbiamo almeno una canzone della quale abbiam capito male un pezzo e l’abbiam cantata sbagliata per anni.
Il mio problema è che mi capita ancora, anche piuttosto spesso.
E per questo un po’ di mesi fa, cantando i Tiromancino, un mio amico mi ha fermato e mi ha detto “scusa, ricantala un attimo…”
E io “…ed avere, la pazienza del leone…”.
Ride. Tanto. “Guarda che dice “la pazienza delle onde”, e infatti aggiunge “di andare e venire”…”.
Tuttora mi prendono in giro per questa cosa, ma a me piace ancora pensare a questo leone, che va avanti indietro per la savana con pazienza certosina in attesa della propria preda… tzè, le onde, scontàti.
Secondo me farebbe bene a tutti saper suonare la chitarra. E’ terapeutico. Ma mica saperla suonare da dio, fare assoli o robe difficili, no no, basterebbe fare accordi. Io fin da quando ho imparato, ma proprio dai primissimi tempi, ogni tanto mi metto lì con la chitarra acustica e faccio un accordo, uno solo, e lo suono per un sacco di tempo, lo arpeggio o lo strimpello, ma sempre lo stesso. Certo, fa un po’ fuori di testa, ma se sono un po’ triste e mi metto lì e faccio, chessò, un si minore, la tristezza che magari mi uscirebbe dagli occhi finisce lì, si unisce alla tristezza del si minore e ci si appoggia finchè non sparisce. O se al contrario sono felice, niente di meglio che girare attorno a un re maggiore, farlo squillare e farlo cinguettare, che il re maggiore è una ragazzina stupida che fa la sciocchina e ti fa sorridere. Ho bisogno di sicurezza? Un bel DO, con due spalle così, che mi porta al bar e mi offre da bere e mi dice vedrai andrà tutto meglio. Il LA invece è la mamma, mi accarezza sulla testa e mi spiega che basta solo lei, che finchè c’è lei va tutto bene, il LA mi vizia e mi rimbocca le coperte. Il MI minore invece è un vecchio di montagna, che racconta storie tristi con gli occhi lucidi e la voce profonda e un toscano fra le dita, e non puoi fare altro che stare lì ad ascoltarlo.
C’è stata, se qualcuno non lo sa, la festa degli alpini a Parma. E io che di fronte a queste sfide non mi tiro indietro sono rimasto a Parma da venerdì fino a stanotte all’una.
A prendere e sfogliare i miei giorni e i miei anni, a rileggerli pian piano o anche veloci facendo shffrrrrr con le pagine, cambia poco: c’è un gran casino. Niente di terribile, niente da finire sui tg, niente di eclatante. Solo un gran casino. Tipo come la mia scrivania dopo una botta d’aria corrente. Ma anche tipo come la mia scrivania adesso.

