25. aprile 2005

La prima volta che ho visto i fascisti

Vista la data, vista l’occasione, ricevo da Wu Ming e diffondo:

“Si è concluso il progetto di narrazione collettiva “La prima volta che ho visto i fascisti”. Abbiamo raccolto e montato quarantasei testimonianze spediteci tra il 21 marzo e il 25 aprile 2005. Ne è venuto fuori un vero e proprio libro di ottantadue pagine, che ora diffondiamo sotto licenza creative commons. Potete scaricarlo dal nostro sito in formato pdf (354 kb):
La prima volta che ho visto i fascisti

(c) 2005. Pubblicato sotto Licenza Creative Commons “Attribuzione NonCommerciale Condividi”.
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24. aprile 2005

Per me

Vorrei capire i meccanismi per cui si cambia. Ma non di tutti, vorrei capire come cambio io, entrarmi e trovare l’ingranaggio per capire come funziona. Vorrei smontarmi per vedere cosa c’è dentro, da piccolo smontavo tutto ora dovrei farlo con me, capire cosa porta a vedere un giorno cose e dopo un po’ di tempo altre. Cosa porta a provar fastidio per persone a cui volevi bene, cosa mi fa preferire il miele allo zucchero se prima il miele non lo volevo, dove vado quando vado senza sapere dove andare, prima andavo voltavo a destra ora vado sempre a sinistra. Cosa mi fa cercare il buio quando del buio avevo paura, cosa muove le mie mani quando prima eran solo i piedi a muoversi, dove si volta la faccia quando tra due suoni avrebbe scelto l’altro. Ma no, non voglio più smontarmi, che delle cose che ho smontato non ne ho mai rimessa insieme una.

22. aprile 2005

Beh?

Ma… è già festa e non me l’han detto? La lista dei contatti sul messenger è quasi vuota, il telefono non squilla, email non ne arrivano. Dico, ok che lunedì c’è il ponte, ma qui si gioca un po’ troppo d’anticipo. Essì, vabbè, è primavera e c’è il sole, allora sfanculiamo tutto e alè, tutti al mare?
Vabbè, fate pure eh, rimango io qui a far girare l’economia. E i maroni.

18. aprile 2005

Robe da mercanti

Sono brianzoli, e sono in tre. Però ho dovuto contarli, che a sentirli suonare sembravano almeno in cinque. Si chiamano Mercanti di Liquore. Belli no eh, belli è diverso, quindi giovani donne in cerca di nuovi idoli patinati e torniti lasciate stare, non è questo il genere.
Però suonano da dio, e non solo suonano, ma dicono cose e le dicono come mi piace sentirmele dire. Credo sia stato cominciare come coverband di De Andrè che gli ha permesso di entrare in un modo di cantare che ti scalda il cuore.
Avevo il primo album che è intoccabile, ho il cd “Sputi” che han fatto con Marco Paolini (sì, quello che c’è al giovedì sera su Rai3) ed è un altro lavoro splendido, registrato praticamente in presa diretta. L’ultimo album l’ho sentito di sfuggita, non mi ha entusiasmato ma al concerto ci sono andato lo stesso, e quanto ho fatto bene, mammamia.
Che poi il FuoriOrario, il posto dove han fatto il concerto, è a pochissimi chilometri da dove i fascisti avevano ucciso i sette fratelli Cervi, e i Mercanti hanno scritto una canzone bellissima sui sette Cervi. Sarà che è una storia, quella dei sette fratelli uccisi dai fascisti, che mi hanno sempre raccontato fin da quand’ero piccolo, che è una storia di queste parti che ti serve a far capire cosa era il fascismo e l’antifascismo, sarà che erano emozionati anche loro a cantarla, sarà che nel locale c’era una foto dei sette fratelli e quando hanno iniziato a cantarla qualcuno l’ha fatta passare fra la gente finchè è arrivata sul palco, saranno un po’ tutte queste cose ma insomma alla fine gli occhi lucidi ce li avevamo tutti.
Questo per dire che se capitano dalle vostre parti non dovete perderveli.

14. aprile 2005

F=[(Gm1m2)/r2]x2

Ogni tanto mi succede. Non capisco mai bene il perchè e il percome, a parte il fatto che la legge di gravità è per me raddoppiata rispetto agli altri esseri umani, ma ogni tanto succede che io cado. Ma non che inciampo e magari aggrappandomi magari a fatica ma poi sto in piedi. No no, finisco tutto bello lungo e tirento per terra. Tipo ieri.
Devo uscire per un aperitivo, quindi mi sistemo un po’, jeans appena lavato, piumincello smanicato appena ritirato dalla lavanderia, doccino che sennò so di chiuso a stare tutto il giorno in ufficio, esco e tiro fuori la macchina dal garage. Appena uscito dal garage, seduto in macchina, mi guardo intorno e mi rendo conto che è ridotta uno schifo: cenere ovunque che devo aver starnutito nel posacenere senza accorgermene, cartacce, pedane sporche. Vabbè sono un po’ in anticipo facciam qualcosa per sto cassonetto, devo solo stare attento a non sporcarmi che son tutto pulito. Tiro via le pedane e le sbatto tenendole per un angolino. Ok, possono andare e io non mi son sporcato. Straccio per togliere un po’ la cenere dal cruscotto e da attorno al posacenere. Andata. Prendo le cartacce e il posacenere e li vado a vuotare nel bidone che ho dietro casa. Passo di fianco allo stendipanni carico di roba e proseguo un paio di metri. Uh ma guarda, qualcuno ha tagliato la siepe, ma di brutto eh, c’è pieno di rami. Attraverso ste specie di mangrovie e arrivo al bidone e butto via il tutto. Ok, a posto, posso tornare in macchina.
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11. aprile 2005

Esonda

Il paesino qui è in una posizione un po’ infelice, che sorge lungo un torrente che si stringe proprio quando arriva all’altezza del paese, e ogni volta che piove per più di 24 ore chiudono il ponte che lo attraversa, che sai, ha ancora delle crepe da quando l’avevano ricostruito dopo la seconda guerra, si sa mai che con la forza dell’acqua che passa gli venga voglia di seguirla, l’acqua, e ogni volta che piove così c’è anche il rischio che straripi. Ah no, si dice “esondi”. Qui che siam pratici di termini di quest’area tematica, abbiam sempre detto straripare, inondazione et similia: adesso invece sono un po’ di anni che si parla di esondazione. Che sarà anche giusto eh, non dico mica di no, ma quando mi cambiano i termini così senza tante spiegazioni ci rimango male.
Che quando si era ingrossato il Po, che anche lui non passa poi tanto lontano da qua, parlo di un sei chilometri neanche, dicevo qualche anno fa, quattro o cinque credo, quando il Po si era riempito e aveva saltato gli argini in diversi punti, ed ero andato a dare una mano a mettere i sacchetti di sabbia dovevi metterti una specie di pettorina coi catarinfrangenti, tipo quelle che si tengono in macchina, e in alcune c’era scritto ESONDAZIONE. Oh, non l’avevo mica voluta, con la scritta esondazione te la tieni te che non so neanche cosa vuol dire, dammi mò l’altra che “alluvione” mi è più familiare e mi trovo più a mio agio.
Insomma, tornando ai giorni nostri, tutta sta tiritera per dire che son 48 ore che piove, il ponte l’han chiuso, la piazza è allagata e mia madre per andare a far la spesa è andata a piedi che andarci in macchina ha paura di venir portata via da un’ondata di piena e non riuscire ad uscire, mentre così magari riesce ad aggrapparsi a qualcosa. Mia madre ha una visione appena possibile catastrofica dell’immediato futuro. E la mia adolescenza è stata difficile.
Io adesso invece di andare a prendere il caffettino al bar vado sull’argine coi vecchietti, braccia conserte, a guardare l’acqua e a brontolare che il ponte è ora di rifarlo, che non è possibile che ogni volta che piove un po’ va a finire così.
E poi io quella buca la facevo un po’ più in là.

10. aprile 2005

Mi conceda questo ballo

Saper ballare il liscio, mi piacerebbe, ma farlo bene, che a far due giri son buoni tutti. E invece saperlo ballare bene, impettito con tutta l’impostazione giusta, con la sicurezza di chi la pista la conosce come il proprio divano, che ci sta comodo come sul proprio divano, e con quella sicurezza farle girare tutte, belle brutte alte basse grasse magre vecchie e giovani. “Signorina balla?” dandole del lei, che se non la conosci non è cortese partire subito con la confidenza del tu, e lei non dice certo di no, che le piace quando poi le gira un po’ la testa.
Ma non son più tempi, dovevo nascere un bel po’ di anni prima, e magari in Romagna. Tocca consolarsi con le feste di campagna, che se l’estate si decidesse anche ad arrivare saremmo tutti contenti.

08. aprile 2005

31 canzoni inconfessabili

Aderisco all’iniziativa di Macchianera e mi tuffo nel bagno d’onestà confessando 31 canzoni (alla Nick Hornby) italiane che mi piacciono (alcune proprio da bestia) ma che mai confesserei dal vivo se non dietro ubriacatura pesante. So già che comunque qualcuno mi toglierà il saluto, qualcun’altro verrà a cercarmi sotto casa con una mazza ferrata, altri mi sfotteranno finchè campo. Ammetto, infine, che la lista era ben più lunga di 31…
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05. aprile 2005

Mungi

A casa mia undici a due è cappotto, si passa in ginocchio sotto al biliardino (aka calciobalilla) e si paga da bere

01. aprile 2005

Rimangono cose

Mio nonno, quando in tv c’era una trasmissione che ti telefonavano a casa, e tu invece di rispondere “pronto?” rispondevi “Europa Europa!” vincevi un milione, non gli potevi più telefonare a mio nonno, che a qualsiasi ora lo chiamavi lui tirava su la cornetta e.. “Europa Europa!”.
Mio nonno quando è morto io non ero mica lì, ero a casa mia e poi quando sono andato al funerale c’era un po’ di gente ma neanche tanta, che quando uno muore vecchio la gente non lo conosce mica più, e un po’ m’è dispiaciuto che c’era poca gente. Ma solo un po’, che in effetti, che al mio funerale sia pieno di gente o no non me ne frega poi niente, che l’unico che vorrei che non ci fosse sarei io.
C’è rimasta la poltrona, di mio nonno, a casa sua, quella dove si sedeva sempre, in cucina. Ogni tanto mi ci siedo quando vado là a trovare la nonna che è rimasta, e mi fa stare bene. Mi sembra che sa ancora di lui, ma è solo che mi sembra.
C’è una foto, su un mobile in cucina, di mio nonno e mia nonna fatta qualche anno prima che lui morisse, son seduti su di una panchina in un parco e ridono, senza essere in posa, gliel’han fatta senza che lo sapessero. Son le foto più belle quelle che non sai che te la stan facendo, che si vede davvero come sei e come stai. E seduti lì, nel verde, a ridere insieme col bastone appoggiato di fianco, ti viene l’invidia che lo vuoi anche tu diventar vecchio così.
C’è ancora quel suo bastone, appoggiato in un angolo vicino all’ingresso di casa, che sembra che l’abbia usato da poco e l’abbia messo lì dopo che è tornato da un giro in paese, una briscola al circolo coi suoi amici: il circolo, quando l’hanno aperto, lui e gli altri l’avevan chiamato col nome di una discoteca, per sentirsi un po’ giovani.
Rimangono tante cose quando uno muore e a me, quando vedo o sento parlare di un vecchietto che muore, mi rimangono un po’ di quei pensieri qua.