28. febbraio 2005

La donna del sale del mare

Io mi ti immagino, omino del sale, che ieri sera sei andato a letto che si vedevano le stelle, e hai pensato che finalmente per una sera puoi dormire e non devi andare a spargere il tuo sale sulle strade, che tanto cosa vuoi che nevichi con un cielo così, e addormentandoti hai sognato il mare e il suo sale, e hai sognato la donna del sale del mare, che non l’hai mai vista ma è sicuramente la donna fatta per te, che lei sta lì, sulla sua isoletta sempre calda e sempre al sole, e ogni tanto butta il sale in mare che così l’acqua è sempre salata, e quando tu vai in giro col tuo camioncino spargi-sale, al freddo, pensi sempre a lei e un po’ ti scaldi, che quel sale che stai spargendo magari un po’ è anche lo stesso che lei ha buttato in mare, e che prima o poi la incontrerai, non solo nei sogni, la tua donna del sale del mare.
E mentre eri lì che sognavi di lei, fuori tutto in una volta ha nevicato fortissimo, ma tu dormivi e hai continuato a dormire, che tanto c’erano le stelle, e dormivi ancora quando io stamattina uscendo dal panettiere sono scivolato sul ghiaccio, che non c’era il tuo sale, e cadendo ho sbocciato la portiera della mia macchina con una testata, che le signorotte son corse subito lì che il botto è stato fortissimo, e una vecchietta rideva anche, bastarda. E ho anche dovuto ricomprare il pane.
E tu lì, a sognare la tua donna del sale del mare, stronzo.

25. febbraio 2005

Ferro 3

Ferro 3Ieri sera sono andato al cinema. Sono andato con un’amica che so che le piacciono film un po’ diciamo non da Warner Village, solo che non so perchè, la testa fra le nuvole o chissà cos’altro, non le ho chiesto che film era. Soltanto mentre camminavamo mi viene da chiederglielo, e lei mi risponde con un poco rassicurante vedrai. Brivido lungo la schiena. Arriviamo davanti al cinema, che è un cinema piccolo dove ogni tanto fan delle rassegne particolari, e il manifesto recita “Ferro 3” di Kim Ki-Duk, regista coreano. Le dico che io però Ferro 1 e Ferro 2 non li ho mica visti, lei mi spiega con immensa pazienza che il titolo è riferito a un tipo di mazza da golf. Ah. Entriamo vah.
In ansia per lo spettacolo che temevo di vedere, un po’ come chi non può mangiare pensa a cibi buonissimi, rimembro i miei miti di gioventù, i cazzottoni in testa di Bud Spencer, la musichetta di Febbre da cavallo, la scollatura della Fenech, e mi consolo pensando che almeno sulla locandina non c’era scritto “segue dibattito”. Già, però potevano scriverci “precede presentazione”.
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La mano di Dio

Io ho sempre avuto un’immagine delle suore legata a quelle che c’erano quando ero all’asilo, che io andavo all’asilo dalle suore. Ed è sempre stato un po’ un contrasto, non ho mai capito bene se la categoria suore mi sta sulle balle o no. All'”Asilo Monumento ai Caduti”, questo era il nome, ce n’era una, suor Celeste, che aveva gli occhi blu ed era dolce, tenera, trattava tutti bene e sorrideva sempre e una carezza non te la risparmiava mai prima che tornassi a casa. Ce n’era un’altra, suor Egidia, che aveva gli occhi grigi e freddi della morte e menava. Ma di brutto eh. A un mio amichetto aveva tirato un orecchio e gliel’aveva fatto sanguinare. A me aveva dato una sberla che me la ricordo ancora, solo perchè avevo fatto spallucce a un suo ordine di smetterla di far finta di dirigere l’orchestra mentre gli altri cantavano. Voglio dire, la creatura mi ha lo spirito del leader, mi ha carisma, mi ha senso musicale, e tu la meni? E allora io da quel giorno all’asilo non ci son più voluto andare, che era più la paura delle sberle di BarbEgidia (così simpaticamente ribattezzata a causa di una “leggera” peluria che le infestava la faccia) che il piacere delle carezze di suor Celeste. E infatti dell’asilo ricordo poche cose oltre alle sberle: il simbolo (una carriola) sul bavagliolo e sull’asciugamano e sul grembiulino che era messo lì per riconoscerli, l’odore di minestrone che impestava quello stanzone prima di pranzo, la giostra che gira intorno che facevo il coraggioso e giravo al contrario e ad occhi chiusi e regolarmente vomitavo in corsa per la felicità di quelli attorno. E mi ricordo mia nonna che mi veniva a prendere a piedi tutti i giorni, e mi teneva per mano tornando a casa si sa mai che mi venisse voglia di attraversare la strada, e quella volta che le ho detto che Barbegidia mi aveva dato la sberla mi ha detto tranquilla di aspettarla un attimo, è andata dentro e s’è sentito vociare forte e non so però cosa le abbia detto ma è tornata fuori tranquilla come prima e m’ha portato a casa. E quando i miei volevano farmici tornare, all’asilo, non c’è stato modo di convincere nè me nè mia nonna.
Che poi oggi le suore saran sicuramente cambiate, non saranno certo come erano 25 anni fa (ohimè… un quarto di secolo… mi viene un po’ il vomito tipo giostrina), oggi le suore sono certamente più moderne.
Mi chiedevo, chissa se le suore usano internet?
La risposta l’ho trovata, anzi, di più: oggi, le suore, bloggano.

24. febbraio 2005

La lingua batte dove il Klito ride

Stamattina facevo colazione e, dato che su Rai3 “La storia siamo noi” non c’era (eh lo so mi piace far colazione guardando i documentari sulla seconda guerra mondiale, embè?) mi sono affossato su Costanzo, che adesso gli han messo il turno alle 9 meno un po’ (a forza di spostarlo mi finira a promuovere la roba della MagikAmerica alle 4 del mattino) e insomma guardavo lui che presentava uno. Uno con una faccia da bravo ragazzo, stilosetto sul genere alternativo ma non troppo, del tipo sono intellettuale ma anche no. E questo uno ha scritto un libro che si intitola Klito e insomma in sostanza riassumendolo dice che le donne son tutte puttane stronze e alzi la mano il primo uomo che non l’ha mai pensato almeno una volta nella vita. E sì ok ho parafrasato quello che diceva lui lì in tv, ma neanche poi tanto. Diceva cose tipo “il titolo del libro è in omaggio all’unico organo degno di menzione della donna”, o forse l’ho letto poco fa su una recensione, beh vabè diceva quelle robe lì. Che secondo me è lì che sbaglia. Mi sta bene la provocazione, ok il libro “caso” politically scorrect che dice robe che poi ne parlano tutti magari senza averlo neanche letto (eccomi!), ma l’errore, secondo me, mi sta nell’entrare nel personaggio, nel fare quello che crede in quello che scrive. Primo perchè non è una maschera facile da tenere su e secondo perchè non credo che ci sia bisogno di fare quello che ci crede davvero, se è un bel libro venderà lo stesso, autopromuoversi impersonando il protagonista del proprio libro renderà anche sul breve periodo per farsi invitare stamattina da Costanzo e ieri sera a Cronache Marziane, ma alla lunga stai sicuro che saran più gli effetti negativi. Certo non per il buon Fazi Editore, che sarà stato proprio lui a volere questa operazione di markètting.
Se invece pensa davvero quelle cose che scrive allora è un altro discorso, che non mi ci metto neanche.
Che poi, sto qui, è uno che mi viene dal mondo dei blog, che in quarta di copertina ci ha messo dei commenti di blogger (questa cosa ha divertito molto Costanzo) e allora vedo di saperne un po’ di più. Per primo rintraccio il suo blog promozionale e poi il suo sito. Poi un post su Nazione Indiana che tanto scalpore suscitò (che altro non è, credo, forse, magari mi sbaglio, un brano del libro).
Vabè insomma, la sto tirando fin troppo per le lunghe, lo leggerò e vedrò se è una stronzata o no. Ecco, mi son fatto fregare.

22. febbraio 2005

Imprecare non server

Che non è che son sparito eh. No no, è che succede che si pianta un server, che sì ci hai due dischi fissi in copia ma la copia funziona male, e allora devi reinstallare il mondo, e capire perchè s’era piantato, e fare in modo che non si pianti più, e invocare la madonna e tutti i santi, e riprovarlo e tirarlo e fargli il rodaggio, e vederlo ripiantarsi, far scendere ancora tutti quei ragazzi dall’alto dei cieli, uscire il weekend, ballare il weekend, riballare il weekend, tornare e vedere che il server non s’è più piantato. Ed essere sicuro che ora che l’ho scritto, esploderà.

15. febbraio 2005

Figlio del vento

lewis.jpgDa giovane, ero uno sgaloppino, che vuol dire che ero abbastanza sveglio, e per giovane sto parlando di quando avevo 14 anni. Il tempo poi ha rincoglionito un po’ il tutto. Ai tempi però ero sveglio. Ai tempi avevo una morosina che per baciarla con la lingua avevo dovuto pregare per 3 (TRE) mesi, che lei diceva che non se la sentiva, che era un passo importante, e io a spiegarle che non era mica niente di impegnativo, che non è che ci saremmo sposati per una punta di lingua nè c’erano pericoli di venir chiamata mamma a breve, anzi sarebbe stato divertentissimo. Però insomma mi aveva fatto faticare, ma mi piaceva tanto, che faceva la ballerina e per me averci la morosa ballerina era una roba da tirarmela mica poco, che qui in paese di ballerine ce n’era mica tante. Va anche detto che passato lo scoglio della lingua altre piacevoli cose erano seguite senza troppe insistenze. Niente di che eh, però per uno di quattordici anni in preda a sberle ormonali da non capir più niente erano emozioni più che sufficienti. Che poi non l’avevo mica capito perchè tre mesi per la lingua e poi nessuna storia per le mani addosso, ma insomma, si vede che era questione di scollinare, passata la cima tutta discesa, mi ero risposto.
E insomma c’era che lei era spesso a casa da sola, che sua mamma aveva un negozio qui in paese e al pomeriggio era sempre in negozio e il fratellino era dalla nonna, e capitava che io l’andassi a trovare di nascosto. Come dicevo, non si faceva niente di che, cioè sì bello eh i baci e le mani e tutto il resto, ma avevo anche quattordici anni, e capitava anche che le giornate le passassimo sul Commodore64.
Ma non quel pomeriggio.
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11. febbraio 2005

Welcome!

Venghino venghino siore e siori venghino, benvenuti nel nuovoneanchetanto blog. Ci ho lavorato su un bel po’, è tanto che ho lo spazio pronto, ci ho messo un po’ a decidermi, che il passo è importante. L’hosting sembra stabile, la piattaforma anche. Spero di riuscire anche a limitare lo spam (ci son dei programmini che mettono della pubblicità nei commenti e sono veramente fastidiosi). Certo non sarà tutto perfetto fin da subito, ho notato un certo rallentamento nei commenti, che ci mettono un po’ a saltar fuori dopo che uno li ha inseriti. Vabbè, cancellerò quelli doppi.
Mi spiace tanto per i commenti vecchi, ma proprio non c’era modo di importarli.

Vado a vivere da solo O-OH

Dopo lungo periodo di gestazione, di programmazione, di spostamento e di muri da pitturare son contento di invitarvi tutti nella mia “nuova” (è uguale a qui, da vedere, più o meno) casa. Aggiornate i bookmark, aggiornate i link, aggiornate i feed!

08. febbraio 2005

All’improvviso uno sconosciuto

Io ho l’ufficio sotto casa. Nel senso che se io dormo al secondo piano l’ufficio è al piano terra. Ci occupiamo di servizi internet rivolti alle aziende (siti, pubblicità, bla bla bla, internetterìa varia insomma). Ieri mattina, dopo la settimana dove ho combattuto contro la morte nel mio letto di sofferenza, son tornato a lavorare piuttosto carico e combattivo, che una settimana così mette persino voglia di lavorare. Il socio non c’era, che la sera prima era in concerto dalle parti di Firenze e quindi è rimasto un po’ a riposo. Dopo cinque minuti che son qui, mentre faccio il punto della situazione, suonano. Guardo fuori. Un omotto alto al massimo un metro e sessanta, cappellino da redneck, faccia bella tonda, sui sessanta anni. Apro la finestra e “mi dica!” domando. “Dovevo scaricare cose da internèt”. Silenzio. Un coyote ulula in lontananza. “Eh!??!?!” gli faccio. “Eh” mi fa. “Aspetti lì un attimo vah…”.
Apro, lo faccio entrare in cortile, gli vado incontro e il signore mi fa vedere un F24, che è uno di quei moduli che si usano per esempio per pagare l’IVA, e mi dice che gli servono dei codici tributo “che c’è scritto che ci stanno sull’internèt e alle poste non ci avevano voglia di trovarmeli, quelli connuti”. E’ nervosetto. Provo a spiegargli, guardi facciam solo servizi per le aziende sitiinternetblablabla, se magari prova in cartoleria, o un consulente del lavoro. “Maggià che sto quà… guardi che abito sopra al veterinario”. Lo guardo con sospetto: quest’ultima affermazione vuole essere una testimonianza di affidabilità o una minaccia di antirabbica? Decido di fidarmi, non tanto per dove abita ma perchè non sembra aver la minima intenzione di andarsene, e se non voglio trovarmelo a tavola a pranzo è meglio se gli scarico tutteccose dall’internèt.
Entriamo in ufficio, si siede di fianco a me, bello comodo pacioccone e guarda cosa faccio senza aprire bocca, con l’aria tipo “dai giovane vediamo se sei davvero capace”. Mi viene un po’ l’ansia da prestazione. Controllo di non avere sitiporni o altre robe aperte in Firefox e mi metto alla ricerca dei suoi codici. Trovo, stampo e gli dò ste 8 paginette di codici tributo. “Tenga, ci si paghi il caffè” mi fa allungando 10 euro. “Guardi no non posso, facciamo che le ho fatto un piacere e siamo a posto così, e cmq ce ne stan 10 di caffè”. Mi branca un braccio con ste manone che non avevo notato, sembran dei guanti gonfiati, mi apre una mano (credo premendo col pollicione sui nervi dell’avambraccio) e mi ci chiude dentro i soldi. “Il lavoro si paga sempre” mi fa. Saluta, e se ne va da dove era venuto, forse da sopra il veterinario, forse da una puntata dei Soprano’s.
Vabbè oh, caffè per tutti.

07. febbraio 2005

Pajaz

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