La donna del sale del mare
Io mi ti immagino, omino del sale, che ieri sera sei andato a letto che si vedevano le stelle, e hai pensato che finalmente per una sera puoi dormire e non devi andare a spargere il tuo sale sulle strade, che tanto cosa vuoi che nevichi con un cielo così, e addormentandoti hai sognato il mare e il suo sale, e hai sognato la donna del sale del mare, che non l’hai mai vista ma è sicuramente la donna fatta per te, che lei sta lì, sulla sua isoletta sempre calda e sempre al sole, e ogni tanto butta il sale in mare che così l’acqua è sempre salata, e quando tu vai in giro col tuo camioncino spargi-sale, al freddo, pensi sempre a lei e un po’ ti scaldi, che quel sale che stai spargendo magari un po’ è anche lo stesso che lei ha buttato in mare, e che prima o poi la incontrerai, non solo nei sogni, la tua donna del sale del mare.
E mentre eri lì che sognavi di lei, fuori tutto in una volta ha nevicato fortissimo, ma tu dormivi e hai continuato a dormire, che tanto c’erano le stelle, e dormivi ancora quando io stamattina uscendo dal panettiere sono scivolato sul ghiaccio, che non c’era il tuo sale, e cadendo ho sbocciato la portiera della mia macchina con una testata, che le signorotte son corse subito lì che il botto è stato fortissimo, e una vecchietta rideva anche, bastarda. E ho anche dovuto ricomprare il pane.
E tu lì, a sognare la tua donna del sale del mare, stronzo.
Ieri sera sono andato al cinema. Sono andato con un’amica che so che le piacciono film un po’ diciamo non da Warner Village, solo che non so perchè, la testa fra le nuvole o chissà cos’altro, non le ho chiesto che film era. Soltanto mentre camminavamo mi viene da chiederglielo, e lei mi risponde con un poco rassicurante vedrai. Brivido lungo la schiena. Arriviamo davanti al cinema, che è un cinema piccolo dove ogni tanto fan delle rassegne particolari, e il manifesto recita “Ferro 3″ di Kim Ki-Duk, regista coreano. Le dico che io però Ferro 1 e Ferro 2 non li ho mica visti, lei mi spiega con immensa pazienza che il titolo è riferito a un tipo di mazza da golf. Ah. Entriamo vah.
Io ho sempre avuto un’immagine delle suore legata a quelle che c’erano quando ero all’asilo, che io andavo all’asilo dalle suore. Ed è sempre stato un po’ un contrasto, non ho mai capito bene se la categoria suore mi sta sulle balle o no. All’”Asilo Monumento ai Caduti”, questo era il nome, ce n’era una, suor Celeste, che aveva gli occhi blu ed era dolce, tenera, trattava tutti bene e sorrideva sempre e una carezza non te la risparmiava mai prima che tornassi a casa. Ce n’era un’altra, suor Egidia, che aveva gli occhi grigi e freddi della morte e menava. Ma di brutto eh. A un mio amichetto aveva tirato un orecchio e gliel’aveva fatto sanguinare. A me aveva dato una sberla che me la ricordo ancora, solo perchè avevo fatto spallucce a un suo ordine di smetterla di far finta di dirigere l’orchestra mentre gli altri cantavano. Voglio dire, la creatura mi ha lo spirito del leader, mi ha carisma, mi ha senso musicale, e tu la meni? E allora io da quel giorno all’asilo non ci son più voluto andare, che era più la paura delle sberle di BarbEgidia (così simpaticamente ribattezzata a causa di una “leggera” peluria che le infestava la faccia) che il piacere delle carezze di suor Celeste. E infatti dell’asilo ricordo poche cose oltre alle sberle: il simbolo (una carriola) sul bavagliolo e sull’asciugamano e sul grembiulino che era messo lì per riconoscerli, l’odore di minestrone che impestava quello stanzone prima di pranzo, la giostra che gira intorno che facevo il coraggioso e giravo al contrario e ad occhi chiusi e regolarmente vomitavo in corsa per la felicità di quelli attorno. E mi ricordo mia nonna che mi veniva a prendere a piedi tutti i giorni, e mi teneva per mano tornando a casa si sa mai che mi venisse voglia di attraversare la strada, e quella volta che le ho detto che Barbegidia mi aveva dato la sberla mi ha detto tranquilla di aspettarla un attimo, è andata dentro e s’è sentito vociare forte e non so però cosa le abbia detto ma è tornata fuori tranquilla come prima e m’ha portato a casa. E quando i miei volevano farmici tornare, all’asilo, non c’è stato modo di convincere nè me nè mia nonna.
Da giovane, ero uno sgaloppino, che vuol dire che ero abbastanza sveglio, e per giovane sto parlando di quando avevo 14 anni. Il tempo poi ha rincoglionito un po’ il tutto. Ai tempi però ero sveglio. Ai tempi avevo una morosina che per baciarla con la lingua avevo dovuto pregare per 3 (TRE) mesi, che lei diceva che non se la sentiva, che era un passo importante, e io a spiegarle che non era mica niente di impegnativo, che non è che ci saremmo sposati per una punta di lingua nè c’erano pericoli di venir chiamata mamma a breve, anzi sarebbe stato divertentissimo. Però insomma mi aveva fatto faticare, ma mi piaceva tanto, che faceva la ballerina e per me averci la morosa ballerina era una roba da tirarmela mica poco, che qui in paese di ballerine ce n’era mica tante. Va anche detto che passato lo scoglio della lingua altre piacevoli cose erano seguite senza troppe insistenze. Niente di che eh, però per uno di quattordici anni in preda a sberle ormonali da non capir più niente erano emozioni più che sufficienti. Che poi non l’avevo mica capito perchè tre mesi per la lingua e poi nessuna storia per le mani addosso, ma insomma, si vede che era questione di scollinare, passata la cima tutta discesa, mi ero risposto.
Io ho l’ufficio sotto casa. Nel senso che se io dormo al secondo piano l’ufficio è al piano terra. Ci occupiamo di servizi internet rivolti alle aziende (siti, pubblicità, bla bla bla, internetterìa varia insomma). Ieri mattina, dopo la settimana dove ho combattuto contro la morte nel mio letto di sofferenza, son tornato a lavorare piuttosto carico e combattivo, che una settimana così mette persino voglia di lavorare. Il socio non c’era, che la sera prima era in concerto dalle parti di Firenze e quindi è rimasto un po’ a riposo. Dopo cinque minuti che son qui, mentre faccio il punto della situazione, suonano. Guardo fuori. Un omotto alto al massimo un metro e sessanta, cappellino da redneck, faccia bella tonda, sui sessanta anni. Apro la finestra e “mi dica!” domando. “Dovevo scaricare cose da internèt”. Silenzio. Un coyote ulula in lontananza. “Eh!??!?!” gli faccio. “Eh” mi fa. “Aspetti lì un attimo vah…”.


