31. gennaio 2005

I tre giorni della marla

No, non è un errore, è giusto così: marla. E’ il modo in cui io e il mio amico G chiamiamo la giocastazione, aka playstation. “Ci facciamo una marla?” vuol dire “Facciamo una partita?”: viene dal termine dialettale “marletta”, che vuol dire piccola maniglia e sta ad indicare le due piccole levette che sono sopra ai controller della suddetta.
Ci ho passato tre giorni attaccato: venerdì sabato e domenica. Tira, crossa, spara, sorpassa, mena, ogni tanto aiutato dal G di cui sopra ma più spesso da solo. Veniva a staccarmi mio fratello, che mi dissaldava dalla poltrona aiutandosi con una spatola di quelle per togliere la carta da parati. Io sarei volentieri rimasto lì, aiutato magari da una flebo, un catetere e una tanica di collirio. E il delirio non mi lasciava tregua, nemmeno nei pochi momenti lontano dallo schermo: nel sonno ero Faustino Asprilla che si liberava in area e segnava in rovesciata e a colazione ero un cecchino che da 10 metri doveva centrara la tazza col taralluccio (il primo pirla che dice “sè, e in bagno eri un bombardiere” je meno). Quando a pranzo, macchiandomi di pomodoro, ho finto di essere ferito e tentato di suturarmi con uno spaghetto, qualcuno s’è preoccupato.
Finalmente ieri sera, attorno alla mezzanotte, il crollo. Febbre, tremori, nausea, attacchi d’ansia. Ho preso uno Zerinol sperando nell’influenza. Poi non ricordo più niente.
Ora comunque sto meglio. Sì sì. Mi dicono che non ho una bella cera, ma che passerà. Io gli credo, che son simpatici, questi omini gentili tutti vestiti di bianco. E poi devo guarire alla svelta, che i miei compagni in nazionale mi aspettano.

28. gennaio 2005

Libri gratis

Magari lo sapete già, ma se non lo sapete ve lo dico io: andando qui http://www.365giorni.fieralibro.net/ e registrandosi entro il 31 gennaio vi viene dato un buono di 12 Euro per l’acquisto di un libro tra quelli presenti tra tutte quelle case editrici (non aspettatevi Feltrinelli o Mondadori, ma non vuol dire che ci siano brutti libri).
Ora, calcolando che le spese di spedizione sono di 3,5 euro, comprando un libro dagli 8,5 euro in giù vi arriverà a casa completamente gratis. Io l’ho appena fatto.

23. gennaio 2005

Mai contento

Il brutto di quando la sera del 22 fai un bel festone di compleanno e inviti tutti, ma proprio tutti gli amici è che poi il 23, quando è il tuo compleanno, non ti s’incula nessuno.

2005-1974=31

Sarà, ma secondo me 31 anni son troppi. E non mi piace neanche come numero. Ma tant’è, ormai ce li ho e me li tengo. E adesso prego, fatemi gli auguri, che è oggi che li compio.

21. gennaio 2005

E-Voyeur

Oui, je suis a voyeur, embè? Non fasc nient’ de mel (che grande francese…). Perchè dico così? Perchè vado matto per le webcam, qualsiasi tipo di webcam. Ogni tanto trovo dei link che ci passo le ore. Non so bene a cosa sia dovuta questa passione, immagino sia legata al fatto di guardare senza essere visti con l’idea di vedere qualcosa che stanno vedendo in pochi. Ognuno c’ha le sue perversioni. Oh ma mica parlo di webcam purnazze eh? No no, pure una webcam che inquadra un acquario in giappone, una su di un tornante in Slovenia, una vicino ad una piazzetta a Macao, possono ipnotizzarmi. Per non parlare di quelle che avevano piazzato in Florida quando doveva passare l’uragano (ci sono ancora). Carina anche quella di quella tipa in California dove puoi controllare la cam che inquadra la strada sotto casa sua, girarla, zoomare, ecc. (a pagamento puoi anche guardarle le tette, ma è un altro discorso). Una volta sapevo che una mia amica era in una città straniera, l’ho fatta andare in mezzo a una piazza dove sapevo che c’era una webcam e mi son fatto fare ciao con la manina dal centro della piazza. Il G8 di Genova l’ho seguito anche tramite le webcam sparse per la città. Via webcam riguardo spiagge dove ho passato l’estate. Purtroppo è tutto un mondo piuttosto incerto, quello delle webcam, oggi ci sono domani chissà. Ah, che grande metafora della vita, le webcam. (Ok, autorizzo qualsiasi rito scaramantico).

Grazie a Opentopia segnalato da Giavasan

20. gennaio 2005

Jpg

Riguardo sul computer le foto scattate
al mare in sardegna con te quest’estate
mammamia, tutta nuda, con la tua amica, com’eri bella
ah no, scusa, ho sbagliato cartella

18. gennaio 2005

Il Bestia

Io da ragazzino avevo un Ciao. Gli scooteristi aggressivi dei giorni nostri non lo capiscon mica cosa vuol dire avere un Ciao. E’ un po’ di più di una bicicletta a motore e molto meno di uno scooter, ma cavoli, a 14 anni non potevo chiedere di meglio. Poi ci hanno imposto il casco e andare in Ciao tutto magro con sto casco enorme in testa sembravo un ChupaChupa a motore. Ma il problema vero era che girava qualcuno che aveva il Fifty della Malaguti, che era molto più vicino alla moto che al motorino, aveva anche le marce perdio! E io col mio Ciao blu che era anche un modello vecchio arrivavo al massimo ai 50 all’ora, piegato e sottovento e con un tir davanti per tagliare l’aria.
E allora cosa ho fatto? Beh ho iniziato che ci ho cambiato il ginglore, al Ciao, che è una valvola che nebulizza la benzina nel carburatore, e se la metti un po’ più grande va appena appena più forte, che io volevo starci dietro a quelli col Fifty. Ma non bastava. Allora cambiamoci la marmitta, Proma o Giannelli, eran quelle le marche: il Giannelli era sto tubo che faceva tutti dei giri strani, il Proma era quella dorata e corta. Ma no, non era ancora abbastanza, e mi son lasciato un po’ prendere la mano: pistone testa carburatore, alla fine sto povero Ciao faceva i 90 all’ora. Con alcuni problemi: in curva la debolezza del punto di giuntura tra pedana e serbatoio lo portava a piegarsi in due, il sistema frenante era per frenare ai 50 e ai 90 mi serviva un paracadute sulle spalle e infine i consumi non erano dei migliori: cosa avrà tenuto? 5 litri? Eh, bastavano 4 chilometri tirati per restare a secco. Infine, ci voleva tanta, tanta, tanta attenzione ad accelerare, che era un attimo ritrovarsi sulla schiena col motorino sullo stomaco.
Tocco finale: alcune righe bianche per profilare la carrozzeria blu, che parlare di carrozzeria per un Ciao fa un po’ strano, manopole e fanale bianchi, e un nome degno adesivato sul copricarter. “Il bestia”.
Vado al bar, col Bestia, a farlo un po’ vedere, che noi piccoli bulli di paese ci si trova al bar e siccome i bicipiti non hanno ancora dato segno di voler prendere una qualche forma ci tocca mostrare i motorini. E arriva il giorno che quello anche lui col Ciao elaborato ti dice: “andiamo a tirarli?”. Che è un modo amichevole per sfidarti, te e il bestia, e non puoi dire di no.
Aperta campagna, strada drittissima per almeno 2 chilometri, case sparse lungo la strada con annesse aie e stalle. E’ luglio e fa un caldo che si crepa, niente caschi che chi vuoi che passi di lì a quell’ora. Quell’effetto riverbero dovuto al caldo sull’asfalto. Siamo io, lui e altri 4 o 5 curiosi. Nessuno dice via, nessuno vuol far sembrare che sia una gara, ma lo è, altrochè se lo è. La partenza ce la diamo con uno sguardo e ci buttiamo lungo questa strada a testa in giù. Resto un po’ indietro, ma lo sapevo che in ripresa devo accelerare mica troppo per non fare il giro della morte da fermo, poi inizio a prenderlo, gli passo di fianco resto lì un po’ e il bestia credo per orgoglio dà uno strattone finale e si lancia nella leggerezza dei miei 14 anni verso una vittoria che ne avrei parlato per chissà quanto.
Mentre son lì ancora abbassato che voglio dare più stacco possibile all’altro vedo in lontananza una gallina che attraversa la strada. La punto. Ma mica voglio investirla, son mica scemo, facendo due calcoli occhio e croce dovrei passarle di fianco. Infatti quando le sono vicinissimo lei ha già finito di attraversare la strada e io posso essere fiero della ciliegina sulla torta, che schivare la gallina è un atto di bullaggine mica da ridere. Solo che.
Solo che la gallina, si sa, non è un animale intelligente. E fa un salto indietro. Io provo a frenare, e in effetti le ruote inchiodano, il fatto è che inchiodano su di lei, prima la ruota davanti poi quella dietro.
In un tripudio di piume bianche e odore di gomma bruciata riesco a fermarmi: la gallina, o meglio quel che ne resta, una ventina di metri dietro di me, spalmata su qualche metro di asfalto, e il mio sfidante fermo di fianco ai poveri resti, che li fissa impietrito. Un’ala sbatacchia ancora un po’. Io cerco ancora di capire come ho fatto a non volare via quando sento qualcuno urlare dalla casa lì di fianco: è il paesano proprietario della gallina, che correndoci incontro con un bastone in mano vuole ringraziarci per avergli preparato il necessario per il brodo della domenica.
E allora via. Giù a testa bassa per la stradina di campagna, non ci avrai mai contadino, nè potrai mai capire le eroiche gesta di noi, gioventù bruciata della bassa, che rischiamo le nostre vite sui Ciao e ci facciamo di lambrusco e malvasia immolando galline al dio velocità. Altro che James Dean e la sua chickie run: it’s a chicken run, baby.

13. gennaio 2005

Smoking criminal

Ieri sera ho avuto modo di sentirmi addosso, per la prima volta, la nuova legge antifumo, che non ero ancora uscito dal 10. E quindi ieri sono andato in enoteca con un po’ di amici: entro e già l’ambiente asettico mi lascia un po’ così, fa strano. Che poi oh, senza l’odor di fumo si sentono gli altri odori, fritto, ascella e così via, e va bene che non è ancora estate e non fa caldo. Ma vabbè, andiamo avanti. Beviamo un po’ e la voglia di un bel paglione comincia a sgomitare, e sapere di non poter accendere un bel niente rende solo la voglia più forte. Finchè non ce la faccio più, mi prendo su e scendo al piano di sotto dove si esce in strada.
Nel percorso verso l’uscita penso alle chiacchiere che mi farò con quelli fuori che, come me, saran lì per una sigaretta al freddo e al gelo. Facciamo community, imprechiamo insieme, intoniamo canzoni sporche dedicandole governo e a sto schifo di legge, inventiamo barzellette sul ministro Sirchia, coloriamotuttiimuricasevicoliepalazzi.
Esco.
Nessuno.
Ma come? Il locale è pieno, saran sessanta persone e le facce son le solite: una volta era un posto fumoso, ora dove sono finiti tutti? Io sto lì, sul marciapiede, da solo con la mia sigaretta, davanti alla vetrina con la gente che volendo mi vede, anzi mi sento gli occhi puntati addosso. E ho freddo. Fanculo vah, cazzo ci avete da guardare? Sto mica squartando un bambino, sto solo fumando una sigaretta e sto crepando di freddo. Fino a ieri eravate tutti lì a far gli sboroni con la paglia all’angolo della bocca, oggi vi sentite così in gamba e splendidi? Non lo siete. Mi sposto un po’ per togliermi da lì davanti, che magari mi sbaglio e non mi guarda nessuno, ma la sensazione è fastidiosa. Passa uno in macchina, mi guarda e sorride. Fanculo anche te, vai. Ma ci arrivo in fondo a sta sigaretta, ormai è una questione di orgoglio.
Finita la spengo e torno dentro dove incontro una mia amica, che mi tira su tutta una storia sul fatto che visto che non si può più fumare allora prova a smettere. Cerco di mollarla alla svelta, che mi girano già abbastanza di mio e non sto lì a spiegarle che piuttosto di smettere di fumare perchè han fatto questa legge mi vendo un rene. Torno su e una al tavolo con me mi fa “Eh ma come puzzi di fumo!”. “SON STATO FUORI A FUMARE, DI COSA DEVO PUZZARE, DI PINO SILVESTRE?!?!”. Tipregosignoredammilaforza. Poi altre chiacchiere e altri discorsi mi distraggono un po’, finchè non mi scappa un occhio fuori dalla finestra, nel punto dove ero io: ci saranno dieci persone tutte con la sigaretta in bocca.
Ora, le cose sono due: o ho dei ritmi tutti miei, che al resto degli altri fumatori vien voglia a tutti nello stesso momento, o sono io che sto sui maroni alla gente.
Oppure è stato tutto un malinteso e cadrà il governo e rifaranno la legge e tutto tornerà come prima anzi magari si potrà fumare anche nei cinema come una volta e legalizzeranno le droghe leggere e l’assenzio avrà ancora quel principio attivo che ti dà la botta e riapriranno le case chiuse che l’iva sulla passera risanerà tutti i conti dello stato e i preservativi saranno gratis e anche le pillole contraccettive e tutto sarà ammmore coi treni in orario le autostrade gratis l’acqua al posto della benzina e tutti sorrideranno e… ok ok, ora mi passa, devo solo calmarmi un po’.

12. gennaio 2005

Genialità nostrana

Io, quando dico che in questa città non si vive mica male, lo credo davvero. Che ci son proprio dei bravi ragazzi, che leggi delle robe sul giornale locale che devi rileggere un po’ di volte perchè non ci credi.
Dalla Gazzetta di Parma di oggi:

Condannato a due anni per la rapina al “suo” bar – Lui a “L’altro Blu Bar”, (…) andava spesso, addirittura tutti i giorni. Era il posto dove consumava la prima colazione, magari scambiando due chiacchiere e un sorriso con la titolare e gli altri avventori. Proprio per questo motivo, quando la donna dietro al bancone lo scorso 7 ottobre, intorno a mezzogiorno, ha sentito quella voce pronunciare “questa è una rapina!” non ci ha dato troppo peso e ha pensato che il cliente avesse voglia di giocare. Ma, in realtà, non scherzava affatto: tanto che per convincere la barista ha ribadito con fermezza le sue intenzioni. E con il viso coperto alla bene e meglio da una busta di plastica tenuta ferma da del nastro adesivo ha afferrato il registratore di cassa, rubando però appena 180 euro.”

Sta storia, se non mi stessi ancora rotolando dal ridere, sarebbe persino commovente e sarebbe stato il caso di organizzare una raccolta di firme o qualcosa del genere per convincere la barista a ritirare la denuncia. Il problema è che questo è un Fantozzi de noantri. Mi ricorda la scena della telefonata dove il ragionier Ugo Fantozzi cerca di camuffare la voce e viene riconosciuto immediatamente. E mi immagino sto tipo, tutto rosso che sta per soffocare dentro alla busta di plastica, che entra nel bar barcolando e magari imitando anche l’accento nordica dice “Kfezta ezzere una rapinen!” e la barista che asciugando una tazzina, senza guardarlo, gli risponde “veh Gianni, movacaghèr”.

11. gennaio 2005

Furboski

FurboskiL’altro giorno, dopo che facendo benzina mi sono accorto della riga fatta con una chiave sulla fiancata della macchina, non ero di buon umore. Già non sono un fiore di mio, in questi giorni. Fatto sta che inventando nuovi tipi di bestemmie mi son messo a cercare posto in un parcheggio: di sabato pomeriggio è un’impresa. Chi mi conosce però lo sa, coi parcheggi di solito c’ho un culo della madonna. Per fare un esempio: a Barcellona, per visitare la Sagrada Familia, abbiamo parcheggiato a 20 metri dall’ingresso. Vabbè, fatto sta che invece sabato ho dovuto girare mezz’ora, avanti e indietro per sto parcheggio del cazzo, sterrato e pieno di buche. Ormai con le orecchie in fumo vedo che tre persone si avvicinano a una macchina. Mi avvicino e uno dei tre mi fa un segno con una mano che interpreto come un stiamoandandoaspettaunattimo. In due salgono sull’auto e se ne vanno.
Il terzo si pianta in mezzo al posto libero.
Forse, in un altro momento l’avrei lasciato fare, ma io quelli che a piedi si mettono a tenere il posto nei parcheggi li odio. Così come odio quelli che tengono acceso il retronebbia quando la nebbia non c’è più da una settimana. E quelli che in autostrada si piantano in seconda corsia con la prima libera per dei chilometri. Ma quelli che si mettono belli gonfi a gambe larghe con lo sguardo “qui adesso ci parcheggia il mio amico” mi mandan giù di testa.
Sforzo un sorriso, che anche se dentro non ragiono più, sono un gran bravo ragazzo.
Tiro giù il finestrino e “Dai mi hai visto che ero fermo lì ad aspettare…” gli dico.
“Non me ne frega niente, ormai ci sono io” risponde Furboski.
Ok, tiro su il finestrino e vado avanti, ma mica avanti nel senso che cerco un altro posto, vado avanti verso di lui perchè quello è il MIO posto, io ho una macchina, tu sei a piedi, il tuo amico non si vede, lì ce la metto io.
Facendo il gesto con la mano tipo “ma guarda sto scemo” Furboski si sposta e va via imprecando qualcosa sulla mia mamma.
Mi vien da corrergli dietro ma lascio perdere, mi limito a scendere dalla macchina e urlargli “quando ripassi, rigamela, mi raccomando!”. Tanto ormai ci si gioca a tris.

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