26. novembre 2004

Casa Cofano e la terra che trema

Son lì sul letto che cazzeggio col portatile, poi mi stanco e prendo in mano un libro che è un po’ che voglio leggerlo. E’ il momento buono, lo sento. Apro e non faccio in tempo a leggere mezza parola che sento che il letto trema.
Terremoto. Io, in questi casi di solito non ragiono. Potrei picchiare una vecchietta se me la dovessi trovare tra le balle durante una fuga. Con un balzo che Sotomayor mi fa una pippa salto praticamente a fosburi il letto di fianco al mio e mi posiziono sotto alla porta, come mi hanno insegnato: quello è un muro portante, ne ha tutto l’aspetto, e io ci sto sotto, che si fa così. In fondo al corridoio, sotto un altro muro portante c’è mio fratello che mi fissa chiedendomi con lo sguardo se stiamo per morire. Io decido di non entrare in panico e ostento sicurezza, che cazzo qualcuno deve mantenere la calma, e mi incazzo che non riesco a spegnere la tv, telecomando del cazzo (intanto tutto continua a tremare) e chiedo a mio fratello se gli è caduto che funziona di merda sto telecomando.
Finito tutto, sempre molto sicuro, scendo al piano di sotto dai miei. Li trovo sulla porta: gli mancano le valige e sembrano pronti per salire sul titanic e partire per la terra promessa. “Dai dai andiamo giù” fa mia madre. Vabbè, forse è il caso, ok, non spingere però. Mi metto la giacca, infilo le scarpe e scendiamo in strada.
Guardo a destra, guardo a sinistra. Non c’è nessuno. Intanto mia madre sgrida mio fratello dicendogli di spostarsi da vicino alla casa che se cade un pezzo di tetto c’è proprio sotto. “Mà, guarda che non è stato così forte da far cadere il tetto… e poi guarda non c’è nessuno in giro”. “Sì ma magari era una scossa piccola e adesso arriva quella grossa”. E’ una campionessa nell’infondere tranquillità alla gente.
Intanto in strada continuiamo ad esserci solo noi. E comincio anche a sentirmi un po’ scemo. Certo sarebbe bello se ci fosse qualcuno, si improvvisa un bivacco, un vin brulè, una chitarra e uno spinello. Solo che non c’è proprio nessuno e non ha intenzione di esserci nessuno.
Passano altri 5 minuti.
“Mà, torniamo su?”. “Dai ancora 5 minuti…” mi fa. E vabbè, santissima pazienza. Intanto mio padre fa un giro attorno a casa (credo a valutare eventuali danni, il Bertolaso de noantri) e mia mamma che continua a urlargli di star lontano dai muri che non si sa mai.
A sto punto faccio quello incazzoso e rispedisco tutti in casa, che fa anche freddo e mi sento decisamente scemo, l’unica famiglia di tutto il paese pronta a montare una tendopoli.
Non c’è la luce: il piano antisismico di casa Cofano prevede che a tempo di record prima di scendere si chiuda il gas e si stacchi l’interruttore generale della corrente elettrica. Sospirando faccio un giro a riattivare il tutto.
I miei vanno in sala e io risalgo a guardare se su internet o alla tele c’è qualche notizia. Passa un’oretta e dopo aver appreso che l’epicentro era a un centinaio di chilometri da casa nostra scendo per vedere se i miei sono a letto.
La luce in sala e la tivù sono accese. Sul divano, direttamente da Kiev, ci sono due manifestanti pro-Yushenko pronti ad affrontare la lunga notte di manifestazioni a -10 gradi. Ah no, sono i miei genitori, seduti un po’ in riva al divano come se fossero pronti a scattare, mancano solo i blocchi di partenza.
“Macristodundio non dico di andare a letto ma almeno toglietevi i cappotti e le sciarpe!!! Vabè, io vado a letto.”
Riscendo dopo un’altra ora ed è tutto spento. O sono a letto, o sono andati a dormire in macchina.

24. novembre 2004

“…molte volte si tratta di pazienza, di vero eroismo” – Battisti

Certe persone, è inutile star lì a discutere…

chicavq: toh, hanno messo una pista da sci al castello sforzesco
cofano: eh, te l’avevo detto, ma mi hai coglionato
chicavq: ma quando mai
cofano: sabato
chicavq: ma smettila
cofano: no bè ma non me la prendo mica, tanto alla fine ci ho sempre ragione io
chicavq: ma non è vero
cofano: no ma non ti ricordi
cofano: eravamo lì tra la sala e la cucina
chicavq: questo è un buon attacco per una canzone, secondo me
cofano: *sospiro* ….gesùdammilaforza…

22. novembre 2004

Confessioni

Oggi sono in vena di fare un po’ di confessioni, e magari mi alleggerisco di un po’ di cose che mi pesano da tanto, troppo tempo:

a tutti quelli che hanno giocato almeno una volta contro di me al gioco dei mimi: il film “il gasteropodone rosa” probabilmente non esiste. E anche se esistesse io non ve l’avrei mai dato valido contro di me.

alle associazioni contro i maltrattamenti agli animali: sì, anche se ero bambino ero cosciente che quel pesciolino rosso moribondo non si sarebbe ripreso mettendo i fili del trenino elettrico nella sua boccia d’acqua e dandogli corrente. Però ha finito alla grande.

alla famiglia Gemma: no, quella sera d’estate di circa 14 anni fa non era la vostra televisione a funzionare male, e neanche un fantasma dispettoso, che continuava sempre a cambiare canale, ma io sotto la vostra finestra con un telecomando universale.

alla mia amica A.: quella sera, quel piatto strano che mi hai fatto, tutto orientaleggiante e speziato, ti ho detto che sapeva di indiano. Ecco, intendevo ToroSeduto dopo un giorno passato a inseguire bisonti sotto al sole.

a E.: quella volta che sono venuto a casa tua con un paio di amici ad aggiustarti lo stereo, e per farlo l’abbiamo aperto e ci abbiam passato su l’aspirapolvere, ecco, non pensavo proprio che si sarebbe aggiustato davvero.

Cavoli, mi sento già meglio. Dovrei farlo più spesso.

18. novembre 2004

Livin’ on the edge

L’11/11 alle 11 e 11 mi sono accorto che erano le 11 e 11 dell’11/11. Chissà se il 12/12 alle 12 e 12 mi accorgerò che saranno le 12 e 12 del 12/12. Ma la goduria massima è stata quando alle 04 e 04 del 04/04/04 mi sono accorto che era quel momento lì.

Tutte queste emozioni forti un giorno mi ammazzeranno, devo smetterla di vivere così selvaggiamente.

17. novembre 2004

Le volte che non capisco

Ci son delle volte, che non capisco, ma mica nel senso che non mi capacito o non mi rendo conto, ma proprio non capisco. Oddio, succede anche abbastanza spesso. Sto lì, ti spiegano, che sembra che ti stan spiegando una roba ma che più semplice non si può, e io sto lì con l’occhio bovino senza capire cosa stan dicendo. E ti guardano come se è proprio una cosa incredibile, che non sto capendo. Ecco, allora mi infastidisco, mica tanto per il fatto che non capisco e che mi sento un po’ scemo quanto per il fatto che chi spiega dà per scontato che si stia spiegando nel migliore dei modi. Vabbè poi ci son certe donne (non la mia, sia chiaro) che pretendono che le capisci anche senza che ti spiegano niente, e lì mi vien da ridere, ma c’è da farci tutto un discorso a parte.
Che poi questa cosa del fastidio mi succede solo con discorsi che mi interessano, che se non capisco una cosa che mi sembra poco interessante in genere ho un campionario di risposte neutre che uso piuttosto bene. E lo uso anche abbastanza spesso, mi son trovato a usarlo coi clienti, che magari sto facendo dell’altro al pc e il cliente ti racconta cose inutili e decido che non è importante capire e allora dò queste risposte che non voglion dire niente ma che confermano che ho seguito il discorso. Ma funziona soprattutto con chi mi conosce poco, che se mi scappa fatto con qualcuno che mi conosce bene mi scoprono subito.
Poi ci son le volte che è colpa mia, che mi pianto. Non so bene cosa succede, ma stacco. Click. Tutto mi rimbalza e non entra niente, c’ho i miei percorsi nella testa e seguo quelli, come quando si va in oca con lo sguardo, ecco io ci vado con la testa. E da fuori si vede, che è già successo che mi han chiamato per farmi riprendere dall’oca della testa, ma è rilassante, è piacevole, che magari sei in un locale chiassoso fumoso e riesci a uscire restando lì. Click. Per me che sono pigro è un risparmio mica da ridere.

13. novembre 2004

Stupido cane peloso

Ma come? ma non ti ho insegnato così… io non c’ero e tu fai così? Bestia stupida sono io il tuo padrone, che cazzo fai? Non credevo, sei una bestia, sei un cane, non credevo fosse così, stupida bestia pelosa e sdentata, mi mancherai. Ciao cagnone.

09. novembre 2004

What a man

Dopo un’ora di autostrada e un’ora di tangenziale, che in teoria potevano essere 40 minuti di autostrada e 5 di tangenziale, ma lasciam stare che è venerdì e c’è poco da fare, arrivo, stanco con una settimana di lavoro sulle spalle, molto uomo, da lei. Che è lì che mi aspetta che lo sa bene che son stanco. E allora mi riempie la vasca di acqua calda il giusto, che azzeccare la temperatura per me è un segno, che sono un po’ pesante con quelle robe qui, tipo la temperatura. Poi, a bordo vasca, birra fresca, posacenere e sigarette, un fumetto (“Get Fuzzy”, mai letto prima, ora lo adoro).
Mi fa anche scegliere una palla della Lush, tra due che mi mostra. La palla Lush è una roba da donne. E io invece sono molto uomo. Mi spiego meglio: è una specie di sfera forse sapone, mischiata a non so quale componente chimico, e non lo voglio sapere, che la metti in acqua e comincia a friggere e a girare su sè stessa e a profumare l’acqua. Non mi fido molto di queste cose, ma ne scelgo una, quella che mi sembra più inoffensiva e l’accetto volentieri, che fa parte di tutto il kit del benessere che mi ha preparato ed è proprio un bel gesto.
Uomo come non mai, mi immergo nell’acqua, accendo una sigaretta, tiro un sorso di birra e butto la pallalush in acqua. Per compensare la femminilità di quest’ultimo gesto, faccio un rutto. La palla comincia a friggere. Si rivolta e rigira da sola, impazzita fra il suo sciogliersi e friggere. Lì per lì mi ricorda un vampiro quando salta fuori il sole e nei film fan sempre vedere che fa così. La spingo un po’ col dito, così, per familiarizzare, e per vedere se magari brucia, si sa mai. La prendo in mano e la tiro fuori dall’acqua. Fa un po’ di fumo nel friggere anche fuori dall’acqua. Decido di non pensare al perchè e penso che magari appoggiandola sottacqua dietro la schiena lo sfriccichìo è piacevole. E infatti lo è.
Leggo un po’ di fumetto, con le bollelush che salgono dalla schiena e penso che chissà che effetto fà lo sfriccico sotto le balle. Faccio una prova e non è male, non è male davvero.
Sto lì un po’, con l’occhio a mezz’asta, poi la passo in mezzo ai piedi e la lascio finire lì, altra sigaretta, ancora birra, fumetto. Che uomo.
Ma? E quella roba cosa è? C’è qualcosa sulla superficie dell’acqua. Ma mica poco, un sacco ce n’è. Cristosanto, son brillantini. Salto in piedi nella vasca e mi guardo. Da molto uomo, adesso sono Priscilla la regina del deserto. In lontananza mi sembra si sentire YMCA. La ballalush era piena di brillantini luccicosissimi che ora sono tutti su di me. Provo a toglierli con la doccia, ma son mica glabro, e fanno fatica a venir via. Poi penso che per un po’ la pallalush l’ho tenuta lì sotto, e controllo meglio. Mi viene in mente “La febbre del sabato sera”, che c’è questa palla appesa al centro della pista, che faceva tutti i luccichii. Là ce n’era una, io ne ho due.
Invoco aiuto, lei ride come una matta chiamandomi Priscilla e mi dà un guantino per il peeling.
Che umiliazione.
Mi strofino dappertutto con sto guantino, e penso che magari adesso mi depilo anche. Che coi collant secondo me starei proprio bene. Vè che gambe.

08. novembre 2004

Alla BlogFest

Vacci con qualcuno che conosci, sennò t’annoi, ho letto da qualche parte. Beh, ho scoperto che c’ho la donna più inserita della blogosfera, un trottolino bloggoso che ogni tanto parte dal tavolino dove siamo e schizza via urlando nomi strani e incomprensibili e sbagliando fantozzianamente i congiuntivi (l’ho sentita urlare “FACCI!”).
Ma torniamo indietro.
“Quale gonna metto?” mi fa, circa 20 minuti dopo l’orario in cui s’era detto di uscire. Tra me e me penso “Attento. Pensaci bene. Il cuore ti farebbe dire burqa ma poi verrai giudicato dalle amiche che lei magari dice sainonvolevamimettessilagonnatroppocorta.”. Gliene faccio provare una. Provane una seconda. “Metti la mini, mi piace.”. Ho soppesato: ti dà più fastidio se le guardan le gambe o le tette? Se le guardan le gambe le guardan meno le tette. Chiaramente ho sbagliato, che così le han guardato sia le une che le altre.
E io? Io c’ho una giacca di velluto tipo da intellettuale di sinistra (no, niente toppe sulle maniche, sinistra moderata) e una barbetta incolta tipo anche lei da intellettuale di sinistra (no mica tanto lunga, sinistra moderata ho detto!) e un paio di jeans piuttosto trasversali. “Sei bello!” mi fa uscendo. “Anche tu” le rispondo, pensando che cazzo quella gonna è davvero molto mini.
Saltiamo in macchina e ci fiondiamo a mangiare una pizza con una coppia gay di blogger, davvero molto simpatici entrambi, si vede che si conoscono da tanto, si punzecchiano in un modo che solo le coppie affiatate riescono a fare. Una maglietta a fiorelloni mi ha lasciato capire quale è il lato più femminile della coppia.
Finita la pizza andiamo alla festa, che era in un locale tipo un bar, cioè più un salotto, però con la musica alta, ma mica troppo che si riesce a parlare, e mi metto a un tavolino con gente conosciuta e altra meno. Che poi ero anche imbarazzato, che mai e poi mai avrei pensato di andare in gio in mezzo alla gente con scritto COFANO su un badge.
Non sto qui a raccontare per filo e per segno chi ho salutato, chi ho incontrato, con chi ho parlato, e a metterci un link a ogni nome che scrivo, che mi vien l’esaurimento a cercarli tutti i link, so che la maggiorparte mi son sembrate belle persone, e sorrisi e cordialità non mi son quasi mai sembrati finti. Però qualche nome sì dai. Che il mullah io l’ho letto pochissime volte ma m’è sembrato proprio simpatico. E Jorma c’ha una testa che proprio non la vuol capire che il tiramisù è più buono col pavesino. E la chiaraaa ci devo aver fatto proprio paura che mi ha rimesso il link subito il giorno dopo. E arcobaleno che è stata proprio carina a cercarmi. E il burma che c’ha la faccia che si vede che è emiliano.
E poi cosa ho fatto insomma? Ho preso un longisland, appena entrato, che il barista lezioso e coreografico ci ha messo mezz’ora a farlo e ornarlo e versarlo che poi faceva cagare lo stesso. E son tornato al tavolino, a far chiacchiere. Poi mi sono alzato e son tornato dal Braianendgherrison della barsfera e mi son fatto fare un negroni, che è più semplice, e infatti sta volta era buono. Ma l’ho anche pagato, che la consumazione gratis era stata la prima. E son tornato al tavolino con una pausa a baciare una spiritata che passava di lì che urlava nick e sbagliava congiuntivi e mi diceva che ero bellissimo, che a casa ero solo bello e adesso ero bellissimo, ho pensato che l’alcol è vero che amplifica. E ho pensato che magari aveva bevuto anche a casa. Poi mi son rialzato e ho preso un altro negroni e non trovavo più il tavolino al ritorno. Alla fine di questo negroni mi è scesa tutta in una volta, 5 minuti prima bene, 5 minuti dopo rincoglionito. Quindi mi scuso con Pproserpina che non so cosa le ho detto, ma certo niente di brillante, che io in realtà non è che non la volevo conoscere eh, però un po’ era lo stesso, ma mi ci ha tirato la chica, che secondo me pensava che starmene al tavolino tutta sera magari mi annoiavo.
Poi sono uscito. Avevo decisamente bisogno di aria. Mentre ero fuori sono stato investito da una ventina di blogger che uscivano. Sì perchè ho notato che molti blogger si spostano in grossi gruppi, che uno pensa che magari son venuti in pullman, che è un fenomeno strano questo della transumanza dei blogger, valà.
Torno su e mi risiedo al solito posto e mi stupisco di trovarla ancora lì, si vede che si era stancata di girellare per il locale, oppure aveva finito il giro e aveva salutato proprio tutti. E insomma era ancora lì e mi va a prendere un altro negroni. Ne bevo un sorso uno, e capisco che è ora di basta, va bene così.
Ecco, da qui in poi ricordo e non ricordo. Cioè, tipo dei flash, e mi sa neanche in ordine cronologico. Broono che se ne va con lo zainetto sulle spalle. Nike che canta da dio non so cosa. Un due o tre blogger seduti che fanno un po’ gli splendidi e più blogger in piedi davanti a loro. E io un po’ dietro che penso a stare in piedi. La chica che guida la mia macchina.
Tornati a casa, mi appoggio sul letto e mi addormento mezzo vestito, un po’ su e un po’ giù dal letto. Mi sveglio con lei che mi sveste, piano piano che non voleva svegliarmi, la bacio piano e penso speriamo non le venga in mente quella canzone di vecchioni, poi vado in bagno e mi spoglio mi lavo e, ma pensa te se uno può fare così, mi riaddormento sul cesso.

02. novembre 2004

Cose mie

Ci son cose che me le tengo da parte, le guardo, le accarezzo, e son mie e son geloso e non le divido con nessuno, che son mie e basta. Tipo questo finesettimana.