Regressione
C’ho la regressione, dicono. Tipico dei trentenni, dicono. Che uno a trent’anni regredisce, dicono. Spesso sembra che lo dicano per il gusto di dirlo. Invece non mi sento tornato ventenne, per niente. Eh ma ti comporti come uno di vent’anni, dicono. Allora ci penso e penso a cosa facevo a vent’anni e a cosa faccio adesso di uguale. Ero e sono allegro, se questo è regredire, allora sì. Ma quando dicono regressione lo dicono come se fosse una colpa, guardalo lì il bambinone che c’ha paura dei suoi trent’anni. E mi piace anche prendermi in giro da solo, e prendere in giro anche loro, che se mi chiedono come sto gli dico “beh a 15 anni non si sta mica male”. Ma non è mica vero. I miei trent’anni li adoro, mi sento uomo ma non poi così tanto, ragazzo ma non poi così tanto, sono cosciente di come sono e di cosa sono, spesso so cosa voglio, che se lo sapessi sempre mi farei paura e tristezza, mi alzo alla svelta dalle batoste, mi sembra di essere arrivato a qualcosa che stavo aspettando, sento ancora lontana la rassegnazione alla discesa. Mi contraddico e mi correggo, sbaglio e so che non c’è punizione, perchè i conti li faccio con me. E soprattutto, continuo a cambiare, che arrivare a trent’anni come se fossero un traguardo è un errore da evitare.
Io non ho un cane, io ho un attore di teatro. Ieri sera arrivo a casa in macchina, entro in cortile e scendo per aprire il garage. Il cagnusso gira attorno alla macchina annusando le ruote, che son territorio suo e guai a chi ci piscia. Il fatto che io mi incazzi come una biscia ogni volta che alza la zampa sui miei cerchioni non lo sfiora.
Ieri sera, Festa dell’Unità. Che qui da noi è una cosa normale, non so da altre parti, ma qui da noi andare alla Festa dell’Unità è normale, anche se non è più come una volta.
Parma è piena di posti da intelligenti, quei posti dove ci entri e sembra che abbiano tutti qualcosa da dire. Che se parli di cinema, ah Kieslowski! (sì, ho guardato su Google come si scrive: oh si chiama Krzysztof di nome, a me krzysztofkieslowski sembra la prima riga della tabella dove l’oculista ti prova la vista), che se parli di calcio, ah io tifavo Repubblica Ceca! (ma tifa Italia cretino!), che se parli di qualsiasi cosa han da dire una roba che deve lasciarti per forza a bocca aperta.
L’altra sera ho incrociato in discoteca la mia prima morosina. Non l’ho salutata, lei non si ricorda sicuramente di me, ma io sì, l’ho incontrata diverse volte, che la città è piccola, ma ce l’ho ancora con lei per una vecchia storia.
Dice mamma Splinder:

