18. febbraio 2004

Ciclisti

Io mi son sempre chiesto cosa ci prova, mio padre. Ogni strabenedetto finesettimana, che sia sabato o domenica, lui si veste, prende la sua bici da corsa e va. Lo fa da quando sono nato, e non molla, neanche quando s’è rotto un femore ha mollato. Si fa i suoi 50, 100 chilometri, ma magari ultimamente anche meno, ogni volta che va via. E da quando sono nato sento mia madre che gli brontola dietro, che potrebbe portarla a far la spesa invece di andare a pedalare, che potrebbero andare a fare un giro da qualche parte, che potrebbe anche non andare per una volta, che non gli è bastato rompersi una gamba una volta magari vuole rompersela ancora. Lui brontola un po’ sotto i baffi, sale in bici e va. Che piova o che ci sia il sole, lui va. Ha provato, alcuni anni fa, ad attaccarmi la stessa passione, ma non ci è riuscito. Non ci è nemmeno andato vicino a riuscirci. A me i ciclisti mi dan fastidio solo a incrociarli in macchina, sempre in mezzo alla strada, mai una volta in fila indiana. Anche questo è un buon motivo di brontolare per mia madre. Ormai quanti anni avrà? Quasi sessanta. E continua a pedalare. Senza la minima intenzione di smettere. Anzi, con una passione sempre più grande. L’ho capito l’altro giorno, quando facevano un servizio su Pantani e lui lo guardava con le lacrime agli occhi. Non per la tragedia in sè o per un sentimento comune di lutto. Pensavo fosse così, poi gli ho chiesto: “Pà, perchè ti commuovi?”. “Perchè non è giusto che un ragazzo muoia per una cosa della quale io, che giovane non sono, vivo”.

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